Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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Festa delle Donne 2017, anche i familiari di Stefania Formicola all’evento organizzato presso SfogliaCampanella

NAPOLI – “Non nascondete le violenze subìte, parlate anche con un’amica se non riuscite a farlo coi genitori”. Sono queste le parole dei familiari di Stefania Formicola, la 28enne uccisa lo scorso anno dal marito con un colpo di pistola, vittima di uno dei centoventi femminicidi che hanno contraddistinto il 2016. I familiari di Stefania hanno partecipato all’evento ‘Da Donna a Donna l’8tto per sempre’, organizzato nella mattinata di mercoledì 8 marzo 2017 presso lo store SfogliaCampanella di Via San Biagio dei Librai nel Centro Storico di Napoli. L’incontro è stato fortemente voluto e promosso da SfogliateLab e dall’Associazione Formatime. 

All’evento hanno partecipato molte persone che si impegnano a favore delle donne lungo il territorio partenopeo sotto vari ambiti ed erano presenti, tra gli altri, la criminologa Antonella Formicola, il Dirigente Polizia di Stato Michele Spina, il Presidente dell’Associazione Formatime Alessandra Gallo e il Presidente Federsociale Salvatore Isaia. Per l’occasione, il pasticcere Vincenzo Ferrieri ha presentato e offerto alle donne presenti le sue Tortine Mimosa e le sfogliatelle mignon al limone, dolci che presentano la solarità del giallo proprio in onore del colore delle mimose. 

 

Mi lascio tutto alle spalle e penso alle cose belle

 14877681_1197980603601024_1454357032_nLa luce filtrava dalle tende azzurre, il balcone era aperto nonostante il forte vento e per questo all'entrata nello studio era necessario spingere con forza la porta per chiuderla.

"Sensale… devo essere onesto, non ho mai creduto alle cose psicologiche che rovinano il corpo e cose così, ma in questo caso…".

Sentivo gli occhi addosso del medico, ho alzato lo sguardo.

"Si vede che c'è stato qualcosa che col tempo ha provocato in lei rabbia e ansia. Deve superarlo e continuare a coccolare il corpo che si è ribellato, anzi, meglio così che cuore e altri problemi. Si lasci tutto alle spalle e pensi alle cose belle, quelle fanno stare bene e si vivono se si sta bene".

Ho abbassato lo sguardo.

I colleghi che fanno schifo, calunniatori e approfittatori. I miei problemi a casa. Gli amici che deludono, l’amica che adoravo che non sopporta che mi preoccupo per lei. E poi… lui. Le bugie, i sotterfugi, le scoperte. La preoccupazione ansiosa per chi non si preoccupava per me. Sentirsi inutile poi essere presa di nuovo, così in continuazione. La manipolazione. Le cattiverie fatte e dette. Il “Chi ti ha picchiato e abusato è la vera vittima”. Le attenzioni mancate. Le promesse mai mantenute. Il pianto di un neonato come sottofondo di un assurdo giuramento d’amore, la fitta al cuore e allo stomaco se fossi stata io invece….

Ho chiuso gli occhi.

Il mare e un giubbotto di jeans che si apre per farmi vedere il contenuto di una tasca. Una mano che improvvisamente prende la mia in un centro commerciale. Il mio “Beh, allora vado…” interrotto da un bellissimo bacio. Il “Mi hai fatto risvegliare desideri che credevo perduti”. Il “Voglio un futuro con te” che fa tremare le vene attente. Le amiche e le lunghe telefonate. L’amica e i pesciolini inviati in chat e le risate, che risate…. I colleghi meravigliosi e le colleghe stupende. Ristoratori e pizzaioli che mi contattano pieni di affetto e gratitudine e vogliono vedermi ancora sorridente alle loro tavole.

Ho aperto gli occhi.

“Sì dottore… mi sono presa molta collera. Rimedierò”.

Mi ha ridato le analisi. “È una bellissima ragazza, sensibile, si vede, che ha somatizzato molta cattiveria. Perdoni e vada avanti”.

C’era una coppia fuori, con una neonata in una carrozzina. Troppo carina, con un delizioso fiocchetto rosa. Non ho più attacchi di panico quando vedo bambini, mi sono avvicinata e come ho sempre fatto ho sorriso, chiedendo informazioni sulla piccola.

Giù al palazzo ho respirato a pieni polmoni, un piccolo dolore mi ha ricordato che ancora non sto bene.

Ti perdono. Vi perdono. Per avermi offesa, umiliata, usata. Per essere state persone bugiarde e opportuniste.

Il trillo di un messaggio che arriva.

Un sorriso. Il mio sorriso.

Mi manchi anche tu, i tuoi capelli castani tra le mani, sentire che mi definisci ‘giovane’ come se la differenza fra me e te fosse un ostacolo e quando lo fai vorrei riempirti di baci.

Mi vuoi così come sono, non mi fai disperare per le piccole cose, non mi fai mancare le piccole necessarie attenzioni, il tuo telefono è libero, tu sei libero, ogni cosa che fai e che prima mi era negata mi sembra un miracolo e invece semplicemente è cercarsi, volersi bene, scegliersi.

Mi lascio tutto alle spalle e penso alle cose belle, quelle fanno stare bene e si vivono se si sta bene. 

Alla V Municipalità un mercoledì per parlare di violenza sulle donne

NAPOLI – Parlare del fenomeno della violenza sulle donne per condividere opinioni e terribili esperienze ed esporre possibili soluzioni: è stato questo uno degli obiettivi della conferenza organizzata presso la Sala De Martino della V Municipalità, in Via Morghen nel quartiere Vomero, nella serata di mercoledì 25 novembre 2015 in concomitanza con la Giornata contro la violenza sulle donne. L'incontro, che rientra nel programma dei mercoledì culturali promossi presso la V Municipalità e ha registrato un grande e appassionata partecipazione, è stato IMG_1541 - Copiamoderato da Ersilia Di Palo ed è stato introdotto dalla scrittrice Clotilde Punzo tramite la lettura di un testo dedicato alle vittime di violenza in tempo di guerra.

La giornalista e poetessa ventiseienne Emilia Sensale ha aperto le danze dei vari interventi, proponendo la sua esperienza di vittima di violenza e di giovane donna che ha denunciato vivendo fino alla fine un percorso giudiziario portato avanti con le proprie forze, sottolineando "l'importanza di parlarne sia per chi è vittima di violenza sia per chi ascolta, perché esprimere il proprio incubo permette di elaborarlo e di non renderlo una eterna trappola emotiva, poi è importante – spiega – veicolare alle donne e agli uomini che subiscono violenza il messaggio che loro sono vittime, mentre spesso chi è stato aggredito e violentato è additato come se fosse carnefice di se stesso, così come non bisogna lasciare solo chi ha subito violenza perché – conclude – il momento successivo è il più difficile, quello dove per assurdità ci si sente sporchi e si prova vergogna e si deve trovare il coraggio di denunciare e di andare avanti". All'incontro, intitolato 'Non esiste l'amore che uccide' per evidenziare, come affermato anche dai dati emersi negli ultimi mesi, come spesso a picchiare e ad uccidere sono quelle stesse mani che hanno promesso carezze sentimentali, hanno partecipato anche rappresentanti di associazioni attive sul territorio partenopeo in difesa delle donne, come gli avvocati Lido e Rocco del Telefono Rosa e il Circolo Acli Centopassi, che hanno sottolineato "l'importanza della prevenzione del fenomeno, che colpisce donne di ogni età e condizione, attraverso l'organizzazione di incontri nelle scuole e del supporto psicologico nei confronti di coloro che si rivolgono ai centri di ascolto, le leggi ci sono – chiosano – anche se spesso l'iter giudiziario è difficoltoso, ma è essenziale anche aiutarsi in famiglia, fra amici, se notiamo una donna in difficoltà non dobbiamo far finta di nulla ma invitarla a parlarne e a denunciare".

La conferenza, contraddistinta dalla presenza di un interprete della Scuola CounseLis (centro napoletano per la formazione sulla Lingua dei Segni) e allietata dalla lettura di versi da parte della poetessa Lucia Gaeta, la quale ha voluto condividere coi presenti il commosso ricordo di una lunga violenza psicologica subita anni prima, è stata chiusa dall'intervento del consigliere della V Municipalità Cinzia Del Giudice. 

Ho parlato ancora di quello che è accaduto quella sera. E ti perdono

Sono uscita dalla metro, fermata Piazza Vanvitelli. Un'aria fredda e sottile accarezzava il cielo che danzava in azzurro e grigio, il Vomero era pieno di gente, il pomeriggio di fine novembre già mordeva la notte. Ho preferito camminare a lungo, senza prendere la scorciatoia delle scale mobili, per raggiungere la V Municipalità: avevo bisogno di riflettere, di raggruppare i pensieri. Per tutta la giornata ho avuto quello sguardo davanti agli occhi, pensarci in merito alla Giornata contro la violenza sulle donne mi ha portato in alto il ricordo e mi ha tolto il sonno già nella notte. 
Sono intervenuta alla conferenza organizzata in Via Morghen in merito proprio
10384600_10205393143968368_5070499602480185315_nalla violenza, dal titolo "Non esiste l'amore che uccide", e ho portato la mia esperienza e il mio ricordo. Come sempre, non ho avuto bisogno di preparare un discorso, ho lasciato il mio cuor a fior di labbra mentre alitavo sul microfono. Lì ho incontrato donne straordinarie, spesso impegnate in iniziative come questa, alcune con la mia stessa passione per la parola scritta in racconto e in poesia, con le quali ho condiviso un pomeriggio di commozione e speranza. È stato bello a fine discorso trovare mani che si stringono spontaneamente, sguardi che si cercano con le lacrime incastrate fra le ciglia per la commozione, tra donne che in modo diverso hanno sofferto. 
Era buio, sono arrivata in strada a fine incontro e ho pensato ai complimenti ricevuti, ai bellissimi sorrisi che sono felice di aver visto e di aver donato. Ho pensato che mi hanno detto che dopotutto sono stata e sono forte e non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le cicatrici che ho ancora nel profondo del cuore per la violenza subita quella fredda sera di gennaio. I suoi occhi scuri che mi guardavano furenti mentre le sue mani cercavano angoli intimissimi del mio corpo. Le sue mani sul mio collo, mi tirava i capelli e mi costringeva a leccargli alcuni punti del viso, il modo bestiale in cui si eccitava per questo. Il viso già dolorante per gli schiaffi, l'occhio pieno di sangue. La minaccia, le parole brutali. "Tu non sei nessuno, Emilia, tu non sei niente. Mi senti? Mi senti Emilia? Tu devi stare insieme a me, ho deciso così e non te ne vai da qua finché non lo capisci. Ti ho desiderato dal primo momento che ti ho conosciuto e sarai mia e solo con me sarai qualcuno. Che imbecille il tuo ex, perdere una ragazza come te, ma sarò io a penetrarti, io ad averti tutta. Mi senti? Che c'è, ti faccio male? Vuoi vedere come ti faccio male davvero?". La sua mano fra le gambe. Avevo anche il ciclo. Ero vergine e combattevo pur sentendo dolore nell'anima e nella mia intimità e se oggi lo sono ancora lo devo alla mia caparbietà animalesca, non al mio implorarlo poiché era sordo alle mie lacrime. Quattro ore di inferno. Per giorni non riuscivo a muovere il viso per sorridere non solo per la sofferenza ma proprio perché mi faceva male la faccia. La denuncia la portavo avanti con coraggio da sola fino alla condanna (e sono una privilegiata ad esserci arrivata, a quanto pare), combattevo contro gli incubi, i problemi psicofisici che mi riportavo, da allora soffro di insonnia. 
Chissà perché ci ho pensato durante la giornata e mentre andavo verso Piazza Vanvitelli per tornare a casa, ma ciò che mi sorprendeva era una nuova consapevolezza nel pensare a quanto accadutomi. Dopo anni quel suo sguardo ancora è chiaro nella mia mente, ma non mi graffia più il cuore come prima. E allora ho capito: sono viva, dopotutto, posso amare, essere amata, studiare, lavorare, rendere realtà i miei sogni, scrivere, leggere, posso invitare altre donne in difficoltà a denunciare. Non mi ha distrutto del tutto, il mio respiro è ancora pieno di speranza nei miei ventisei anni. Il senso di smarrimento delle settimane successive è solo un ricordo che fa da cornice al quadro del mio coraggio… e resta solo una cosa da fare. 
Ti perdono, Paolo. Finalmente. Perdonarti è l'atto più grande da fare per sentirmi libera. Qualunque cosa ti sia passata per la testa quella sera, non voglio darti più il diritto di farmi sentire inutile, vergognosa e sporca, così come mi impegnerò affinché nessuno abbia più questo diritto su di me. Sono cresciuta tanto da quella sera e se Dio vorrà che i nostri destini possano ritrovarsi nel medesimo evento, come è capitato in passato, io sarò me stessa, senza brutte sensazioni, forte e orgogliosa. Col sorriso, perché ora posso sorridere, della donna che tu hai provato a distruggere ma che ha ancora la capacità e la voglia di combattere per i propri sogni.

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