Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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È me stessa che devo amare prima di qualunque altra cosa

Quando scrivo riesco a descrivere bene un universo di sfumature, ma nella vita di tutti i giorni sono per il mvldmlsbianco e nero, o sei dentro o sei fuori. Non mi piacciono le insicurezze, hanno fin troppo rovinato la mia vita, e non mi piacciono le indecisioni palesemente sbiadite, inafferrabili, provenienti da cuori indecifrabili che quasi sempre si dimostrano cattivi e senza scrupoli.

A un certo punto della mia vita, dopo tante ingiustizie e delusioni, sono diventata schietta. Affronto di petto, cambiando tono a volte, lo ammetto. Ho un intuito eccezionale e sono in torto quando a volte per assurde motivazioni emotive non gli do modo di esprimersi, ma gli sono immensamente grata perché mi ha anche salvato la vita. E non esagero.

È me stessa che devo amare prima di qualunque altra cosa. È ciò che la depressione mi ha insegnato a suon di attacchi di panico e dolori, fisici e all’anima.

Ed è così che anche stavolta, nello sconvolgimento per l’assurdità, riscopro che chi non mi rispetta non merita neanche un mio pensiero e che le belle emozioni vanno donate a chi dimostra di meritarle. Dopo lacrime che non mi vergogno di aver versato, improvvisamente mi sono resa conto che invece di affossarmi voglio provare a reagire, invece di concentrarmi sul capire un illogico comportamento che ferisce è meglio che riprendo in mano la mia vita. Basta giustificare l’ingiustificabile. Per i ricordi e i sentimenti sinceri è un altro discorso, affrontabile nel tempo. La depressione è proprio il risultato del non essere riuscita a rielaborare tutto il dolore accumulato.

Dopo quell’essere che ho avuto la sfortuna di incontrare mi sono resa conto che il resto sembra una quisquilia: se ho affrontato e superato (beh, diciamo) tutta la schifezza di quel lungo percorso, il resto è solo una brutta copia e mi sento invincibile.

Io non so se finalmente potrò avere possibilità di amare e scoprire cosa vuol dire essere amata, se riuscirò a esprimere i miei dolori senza che la persona che ha la mia fiducia nonostante tutto ciò che ho passato possa usare le mie confidenze per rinfacciarle e ferirmi: onestamente sono stanca, disillusa, non ce la faccio più a sentirmi un pezzo di carne inutile che vorrebbe capire perché non merita d’essere voluto bene mentre vede esempi di immeritevoli trattati col tappeto rosso. Però è successa una cosa bellissima: ho avuto voglia di andare avanti, di riprovarci. Nonostante volessi che andasse in maniera diversa e si prometteva ciò, mi sono resa conto solo ora del miracolo che è avvenuto e ne sono felicissima. Niente succede per caso. Poi, ripeto, coi ricordi farò i conti col tempo. Le immagini di una settimana fa mi confonderanno ancora tra gioia e dolore.

Non hai vinto tu, non smetterò mai di dirlo e soprattutto di dimostrarlo. Mi hai insegnato a sforzarmi di fare la cosa più naturale, bella e giusta del mondo: non permettere a nessuno di abbassare la mia autostima. Non a caso l’ho scritto anche sul famoso scaldabagno e per un attimo stavo perdendo questa consapevolezza.

La mia mente, il mio cuore e il mio corpo non saranno #maipiùatuadisposizione. Né tua né dei capricci e delle incoerenze di nessun altro. 

Io ti ringrazio perché se nelle tante offese non mi avessi definito uno scaldabagno…

mvldmlsOvunque sei stato hai lasciato distruzione. Tu lo sai, io lo so. Ma dalle rovine deve nascere nuova vita… e quindi nuove idee, nuova forza, nuovo coraggio.

Ci vuole una grande forza d’animo per ricominciare. Ho scoperto che la parola ‘trauma’ deriva dal greco e significa ‘ferita’: vi sono ferite che sono proprie della pelle dell’anima e trasformarle in cicatrici è un grande risultato. Non sai di avere un trauma finché non ti sconvolge mente e corpo e ti fa sfuggire tra le mani i giorni e i sogni.  E finché non lo ammetti, quel trauma sarà un incubo che ti perseguiterà. Quella brutta e assurda sera di febbraio io sono rinata mandandoti finalmente via dalla mia vita, reagendo da sola e con coraggio al tuo ignobile comportamento dopo tutte le schifezze che mi avevi già fatto.

Io ti ringrazio perché se nelle tante offese non mi avessi definito uno scaldabagno non avrei avuto questa idea carina di farlo diventare un simbolo di un mio progetto, a sua volta frutto della mia volontà di rinascita. Ho scoperto che arrotolato e tenuto in piedi è proprio la forma di uno scaldabagno e si fa leggere all’interno, è un’idea fantastica, qualcosa di diverso rispetto ai soliti volantini, ai flyer che si piegano in mille modi. Senza la tua cattiveria non avrei pensato a una cosa del genere. Il mio scaldabagno è bellissimo. <3

IMG_3135Ho ancora paura, mi hai tolto molta serenità, ma sento che ce la farò. I bambini mi regalano tante emozioni, mi è tornata la voglia di amare e di essere amata e quando parlo di te sono sempre più distaccata dal dolore. Il 2017 lo ricorderò per l’anno dove ho perso persone per me importanti, ma anche per l’anno del cambiamento, del mio arrivo in Accademia… e soprattutto del mio essere riuscita a liberarmi di te.

Non dimenticherò mai quando mi rivelasti che io ero felicemente fidanzata, tu fidanzato ma a tuo dire non felicemente e già traditore, e mi corteggiavi. Era vero, i contatti poi li ho trovati, non te l’ho mai detto. Una verità in tante bugie. “Se mi rispondevi a quest’ora eravamo sposati io e te…”. Tu non sai quanto ringrazio che non sia così.

La mia mente, il mio cuore e il mio corpo non saranno #maipiùatuadisposizione. 

‘A Napoli cu na bona salute!’, fino al 31 maggio la mostra di Emilia Sensale con le bontà partenopee come protagoniste

Mostra di Emilia Sensale Maggio NapoletanoNAPOLI – Cibo bello da vedere e buono da mangiare. Sono le bontà tipiche partenopee le protagoniste indiscusse delle opere pittoriche e fotografiche della giornalista, poetessa e artista Emilia Sensale. La mostra della 28enne napoletana, che rientra nelle iniziative del Maggio Napoletano promosso dall’Assessorato alla Qualità della Vita e alle Pari Opportunità del Comune di Napoli, sarà visibile fino al 31 maggio 2017 presso la Pizzeria Capasso ubicata in Via San Biagio dei Librai 99, a pochi metri da Via San Gregorio Armeno, e presso l’Osteria Atri in Via Atri 22, a pochi passi dall’incrocio con Via dei Tribunali.

Le geometriche ma morbide forme per lo più circolari dei dolci e dei piatti tipici partenopei si mostrano in tutta la loro gustosa bellezza nelle fotografie di Emilia Sensale, maggiormente mostrate al pubblico secondo un allestimento che ricorda i panni stesi, immagine legata a una tradizione dei vicoli della città. Vi è la pizza, nei Emilia Sensalevari tempi della sua nascita tra bancone del pizzaiolo e passaggio nel forno e anche nei vari modi più saporiti in cui è possibile assaggiarla, dalla classica margherita passando per la pizza fritta e la montanara, poi dolci come babà e sfogliatelle e piatti tipici come la genovese. Nello specifico, i babà sono esclusivamente quelli di Guglielmo Mazzaro, pasticcere del Centro Storico di Napoli. E poi ci sono alcune opere dipinte da Emilia dalle caratteristiche particolari, dove le bontà tipiche napoletano sono sempre protagoniste, come il dipinto in acquerelli che ha in aggiunta componenti ricamati al punto croce dalla stessa artista, oppure i taglieri dipinti.

“Ai frequentatori della mostra – spiega Emilia Sensale – sarà consegnato un depliant nel quale si descrive la storia di alcuni piatti tipici partenopei, presenti in tutta la loro gustosa bellezza nelle opere esposte”. Tutta la Babà vicolo di Napolimostra, che ha interamente curato e ideato la giornalista partenopea, è “l’espressione embrionale del progetto ‘rESISTENZA', un’idea – chiosa Emilia – che cullo da tempo, dove mostro la vita che resiste a tutte le difficoltà, una caratteristica che nel mio percorso esistenziale ho imparato a conoscere bene e proprio l’arte in tutte le sue forme – conclude – è per me non solo un modo per esprimermi ma anche una sorta di riscatto da un bruttissimo periodo recentemente affrontato e che ancora sto fronteggiando”

Cavatelli freschi con pomodoro e tonno con pillola di felicità

mcldi“Per esempio, mangiai i cavatelli freschi con pomodoro e tonno poi le spinacine e non mi successe nulla, neanche un movimento di stomaco, solo lì beh…”. Il dottore a ‘cavatelli’ già aveva alzato la testa dal referto che stava scrivendo, a ‘spinacine’ gli stavano scivolando i piccoli occhiali dal naso. Tra le sue mani c’era l’ennesimo pezzo di carta con l’ennesimo elenco di medicinali, da comprare in farmacia oppure omeopatici a seconda dei gusti.

La malattia non è una colpa del malato, è qualcosa che accade e basta e va affrontata. Proprio perché si genera ed è capace di toccare la quotidianità, non bisogna mai fare l’errore (che stavo facendo io) di sentirsi in colpa nei confronti di coloro che abbiamo vicino, nella spasmodica ricerca dei modi per dare il meglio di noi stessi perché ci sentiamo a metà. Il mio pensiero è semplice: quando stavo benissimo e cercavo di dare il meglio di me ero a volte trattata male, finanche lasciata al mio destino, per quale motivo oggi che sto così le persone dovrebbero restarmi vicino? La risposta è arrivata proprio a seguito di una delusione su un comportamento: chi mi vuol bene, come suggerisce l’espressione stessa, sa che il mio corpo è cambiato ma la mia persona è sempre quella, non va via nel momento del bisogno, si attacca anche di più.

La malattia ti cambia per sempre: scombussola le abitudini, sconvolge il corpo e la sensazione di qualcosa che è sfuggito al controllo è difficile da accettare. Avere tutti questi sintomi all’improvviso mi ha trascinato in uno strano vortice che si è portato con sé insicurezza, ansia, insonnia schizofrenica. È arrivato tutto proprio nel momento che sentivo felice e appagante dopo un lungo periodo dove un rapporto sbagliato e delusioni professionali mi stavano trasportando in un vicolo cieco.

“Ma aveva preso qualche medicina?” mi ha chiesto il dottore. Ho lasciato andare i ricordi.

Il paese, la spesa assieme, il mio disperato controllo degli ingredienti. La casa, il gatto che aveva fame, la cucina con quella sua particolare luce che mi piace tanto. Lo osservavo mentre cercava disperatamente le pentole specifiche che gli avevo richiesto. Una tavola può avere anche i suoi bellissimi segreti da firmare in due e i suoi sorrisi, è il simbolo non casuale della mia passione per la cucina e al tempo stesso del mio dramma per questa malattia che mi ha fatto perdere il rapporto sereno con i sapori.

Era la prima volta che cucinavo davvero per un uomo, restando completamente soli nella casa. Sentire il suo abbraccio da dietro mentre lavavo le pentole per accingermi a cucinare è stato bellissimo, il suo bacio sul collo mi è arrivato con una sensazione di freschezza nel sottofondo musicale del rubinetto aperto. “Che faccio?” mi ha chiesto ma no, volevo che si rilassasse, volevo restare io ai fornelli. Stare ai fornelli è stato meraviglioso, mi sentivo a casa. Cavatelli freschi con sugo di pomodoro fresco e tonno. A 15 minuti di cottura sono uscito con uno per farglielo assaggiare ed è stato forse il gesto più intimo che abbiamo avuto insieme. Abbiamo mangiato di gusto a tavola e dal mio addome a parte qualche movimento sordo non è accaduto nulla. Il Mostro era lì e stranamente era in silenzio; solo al caldo di un abbraccio nel letto, lungo il tenersi la mano guancia a guancia e il guardarsi dritto negli occhi, nella meraviglia di un buio interrotto dall’immagine di Gerry Scotti, si è mosso come un pugno di fuoco dalle unghie affilate nel ventre. E in cucina sono tornata dopo, appoggiata a un muro su un fianco mentre guardavo il tramonto lungo la campagna: ho ammirato il paesaggio con le mani nelle tasche come se fosse per me una necessità, come se fosse scritto da qualche parte che dovessi essere lì. Mi arrivò la voce di lui che mi chiedeva cosa stessi facendo, risposi che sarei arrivata subito e ammirai le lontane montagne chiedendomi se ce l’avrei fatta a scalare la mia, così grande, così ripida. Pensai a come desideravo crearmi una famiglia e costruire una quotidianità serena, mettendo in pratica tutte le mie attenzioni casalinghe e non, mi chiedevo se il Mostro me l’avrebbe mai permesso. Poi ho capito. Ho capito che la malattia sarà probabilmente invalidante ma chi non vorrà andare via non se ne andrà, chi mi vorrà bene mi resterà vicino e capirà che brutto momento sto vivendo.

Sì, la presi la medicina. Si chiama felicità. Per quanto il Mostro stia concretamente lì, una pillola di questa permette di vivere bei momenti che sono ricordi da recuperare nei momenti più difficili, piccoli grandi miracoli che ti attaccano alla vita pure nel dolore in attesa di capire chi ti resterà vicino nel momento più duro. 

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