Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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‘A Napoli cu na bona salute!’, fino al 31 maggio la mostra di Emilia Sensale con le bontà partenopee come protagoniste

Mostra di Emilia Sensale Maggio NapoletanoNAPOLI – Cibo bello da vedere e buono da mangiare. Sono le bontà tipiche partenopee le protagoniste indiscusse delle opere pittoriche e fotografiche della giornalista, poetessa e artista Emilia Sensale. La mostra della 28enne napoletana, che rientra nelle iniziative del Maggio Napoletano promosso dall’Assessorato alla Qualità della Vita e alle Pari Opportunità del Comune di Napoli, sarà visibile fino al 31 maggio 2017 presso la Pizzeria Capasso ubicata in Via San Biagio dei Librai 99, a pochi metri da Via San Gregorio Armeno, e presso l’Osteria Atri in Via Atri 22, a pochi passi dall’incrocio con Via dei Tribunali.

Le geometriche ma morbide forme per lo più circolari dei dolci e dei piatti tipici partenopei si mostrano in tutta la loro gustosa bellezza nelle fotografie di Emilia Sensale, maggiormente mostrate al pubblico secondo un allestimento che ricorda i panni stesi, immagine legata a una tradizione dei vicoli della città. Vi è la pizza, nei Emilia Sensalevari tempi della sua nascita tra bancone del pizzaiolo e passaggio nel forno e anche nei vari modi più saporiti in cui è possibile assaggiarla, dalla classica margherita passando per la pizza fritta e la montanara, poi dolci come babà e sfogliatelle e piatti tipici come la genovese. Nello specifico, i babà sono esclusivamente quelli di Guglielmo Mazzaro, pasticcere del Centro Storico di Napoli. E poi ci sono alcune opere dipinte da Emilia dalle caratteristiche particolari, dove le bontà tipiche napoletano sono sempre protagoniste, come il dipinto in acquerelli che ha in aggiunta componenti ricamati al punto croce dalla stessa artista, oppure i taglieri dipinti.

“Ai frequentatori della mostra – spiega Emilia Sensale – sarà consegnato un depliant nel quale si descrive la storia di alcuni piatti tipici partenopei, presenti in tutta la loro gustosa bellezza nelle opere esposte”. Tutta la Babà vicolo di Napolimostra, che ha interamente curato e ideato la giornalista partenopea, è “l’espressione embrionale del progetto ‘rESISTENZA', un’idea – chiosa Emilia – che cullo da tempo, dove mostro la vita che resiste a tutte le difficoltà, una caratteristica che nel mio percorso esistenziale ho imparato a conoscere bene e proprio l’arte in tutte le sue forme – conclude – è per me non solo un modo per esprimermi ma anche una sorta di riscatto da un bruttissimo periodo recentemente affrontato e che ancora sto fronteggiando”

Cavatelli freschi con pomodoro e tonno con pillola di felicità

mcldi“Per esempio, mangiai i cavatelli freschi con pomodoro e tonno poi le spinacine e non mi successe nulla, neanche un movimento di stomaco, solo lì beh…”. Il dottore a ‘cavatelli’ già aveva alzato la testa dal referto che stava scrivendo, a ‘spinacine’ gli stavano scivolando i piccoli occhiali dal naso. Tra le sue mani c’era l’ennesimo pezzo di carta con l’ennesimo elenco di medicinali, da comprare in farmacia oppure omeopatici a seconda dei gusti.

La malattia non è una colpa del malato, è qualcosa che accade e basta e va affrontata. Proprio perché si genera ed è capace di toccare la quotidianità, non bisogna mai fare l’errore (che stavo facendo io) di sentirsi in colpa nei confronti di coloro che abbiamo vicino, nella spasmodica ricerca dei modi per dare il meglio di noi stessi perché ci sentiamo a metà. Il mio pensiero è semplice: quando stavo benissimo e cercavo di dare il meglio di me ero a volte trattata male, finanche lasciata al mio destino, per quale motivo oggi che sto così le persone dovrebbero restarmi vicino? La risposta è arrivata proprio a seguito di una delusione su un comportamento: chi mi vuol bene, come suggerisce l’espressione stessa, sa che il mio corpo è cambiato ma la mia persona è sempre quella, non va via nel momento del bisogno, si attacca anche di più.

La malattia ti cambia per sempre: scombussola le abitudini, sconvolge il corpo e la sensazione di qualcosa che è sfuggito al controllo è difficile da accettare. Avere tutti questi sintomi all’improvviso mi ha trascinato in uno strano vortice che si è portato con sé insicurezza, ansia, insonnia schizofrenica. È arrivato tutto proprio nel momento che sentivo felice e appagante dopo un lungo periodo dove un rapporto sbagliato e delusioni professionali mi stavano trasportando in un vicolo cieco.

“Ma aveva preso qualche medicina?” mi ha chiesto il dottore. Ho lasciato andare i ricordi.

Il paese, la spesa assieme, il mio disperato controllo degli ingredienti. La casa, il gatto che aveva fame, la cucina con quella sua particolare luce che mi piace tanto. Lo osservavo mentre cercava disperatamente le pentole specifiche che gli avevo richiesto. Una tavola può avere anche i suoi bellissimi segreti da firmare in due e i suoi sorrisi, è il simbolo non casuale della mia passione per la cucina e al tempo stesso del mio dramma per questa malattia che mi ha fatto perdere il rapporto sereno con i sapori.

Era la prima volta che cucinavo davvero per un uomo, restando completamente soli nella casa. Sentire il suo abbraccio da dietro mentre lavavo le pentole per accingermi a cucinare è stato bellissimo, il suo bacio sul collo mi è arrivato con una sensazione di freschezza nel sottofondo musicale del rubinetto aperto. “Che faccio?” mi ha chiesto ma no, volevo che si rilassasse, volevo restare io ai fornelli. Stare ai fornelli è stato meraviglioso, mi sentivo a casa. Cavatelli freschi con sugo di pomodoro fresco e tonno. A 15 minuti di cottura sono uscito con uno per farglielo assaggiare ed è stato forse il gesto più intimo che abbiamo avuto insieme. Abbiamo mangiato di gusto a tavola e dal mio addome a parte qualche movimento sordo non è accaduto nulla. Il Mostro era lì e stranamente era in silenzio; solo al caldo di un abbraccio nel letto, lungo il tenersi la mano guancia a guancia e il guardarsi dritto negli occhi, nella meraviglia di un buio interrotto dall’immagine di Gerry Scotti, si è mosso come un pugno di fuoco dalle unghie affilate nel ventre. E in cucina sono tornata dopo, appoggiata a un muro su un fianco mentre guardavo il tramonto lungo la campagna: ho ammirato il paesaggio con le mani nelle tasche come se fosse per me una necessità, come se fosse scritto da qualche parte che dovessi essere lì. Mi arrivò la voce di lui che mi chiedeva cosa stessi facendo, risposi che sarei arrivata subito e ammirai le lontane montagne chiedendomi se ce l’avrei fatta a scalare la mia, così grande, così ripida. Pensai a come desideravo crearmi una famiglia e costruire una quotidianità serena, mettendo in pratica tutte le mie attenzioni casalinghe e non, mi chiedevo se il Mostro me l’avrebbe mai permesso. Poi ho capito. Ho capito che la malattia sarà probabilmente invalidante ma chi non vorrà andare via non se ne andrà, chi mi vorrà bene mi resterà vicino e capirà che brutto momento sto vivendo.

Sì, la presi la medicina. Si chiama felicità. Per quanto il Mostro stia concretamente lì, una pillola di questa permette di vivere bei momenti che sono ricordi da recuperare nei momenti più difficili, piccoli grandi miracoli che ti attaccano alla vita pure nel dolore in attesa di capire chi ti resterà vicino nel momento più duro. 

Col sole sulla strada, tra i capelli, tra le labbra

Il termine ‘ottobrata’ rievoca indiscutibilmente qualcosa di antico, vale a dire la gita domenicale dei Romani nel mese di ottobre, un periodo autunnale che sa regalare a distanza di secoli ancora giornate ricche di sole. L’ottobrata quel giorno a Torre Annunziata era uno specchio d’acqua azzurra che sbatteva con img_6013onde arroganti sulle brevi scogliere nere, mentre le nuvole si diradavano lasciando al sole la possibilità di accarezzare la scaletta in pietre che scendeva ripida verso il mare.

“Voglio portarti a sperdere…” disse lui, scendendo l’ultimo scalino. Si appoggiò al muretto di spalle, mostrandosi in controluce ma nonostante ciò era facile notare il suo sorriso sornione.

“Lo avevo capito” rispose lei, restando sull’ultimo scalino. Gli sorrise, si guardò attorno e ammirò l’orizzonte pieno di riflessi di luce, verso destra notò una piccola spiaggia abbandonata. Ritornò sul volto di lui e si rese conto che non gli aveva ancora detto quanto amasse quel sorriso quasi malizioso che gli aveva visto più volte, un’espressione che sembrava in dolce contrasto con il suo essere taciturno.

C’era un gruppo di pescatori che rideva e parlava sguaiatamente da qualche parte, uno si vantava di aver pescato un enorme pesce. Erano lontani, chissà dove, lontani da quella lingua di spiaggia che sembrava un invito non troppo velato ad abbandonarsi a un momento di intimità.

Lei passò le mani tra i suoi folti capelli neri. Era ancora in controluce e il sole filtrava nella chioma, come vibranti fibre dorate. Gli afferrò con una stretta rabbiosa un ciuffo di capelli mentre lo guardava dritto negli occhi e il suo respiro sembrava un indecifrabile sussurro. La bocca di lui raggiunse la sua prima in una pressione appassionata, poi si accarezzarono con la bocca strofinando il labbro inferiore di lei tra le sue labbra sempre più rosse. Lei riaprì gli occhi e il sole dalle sue spalle le illuminò un punto dell’occhio sinistro, rischiarando delle pagliuzze dorate nell’iride. Lui restò a guardarla per qualche secondo, trattenendo il respiro, senza capire cosa lo affascinasse. La sua bocca fremente le baciò di nuovo la bocca, la sua lingua le accarezzò con la punta la guancia sinistra e scese al mento che afferrò a piene labbra.

“Sei anni…” sussurrò lei, all’improvviso.

Lui si fermò. Le aveva scostato la maglietta scoprendole una spalla che non faceva mistero della bretella del reggiseno. Erano non propriamente distesi su un angolo di spiaggia, nascosti da sguardi indiscreti. La guardò interdetto, mentre lei con un dito giocava con una ciocca dei suoi capelli neri che gli ricadeva sulla fronte e sorrideva.

“Sei anni che ci conosciamo e mai avrei immaginato che ci saremmo innamorati e che saremmo arrivati qua. Se penso a tutti i nostri battibecchi, insomma…”

“Ti amo”.

Lui lo disse in un solo fiato, come se fosse una liberazione, come se non riuscisse più a trattenerlo.

“Anche io… anche io ti amo” disse lei a voce più alta prendendogli il viso tra le mani e baciandolo prima sulla bocca poi sulla guancia.

Con la mano abbassò assieme maglietta scollata e coppa del reggiseno e abbandonò le labbra sul suo seno scoperto. Il gesto, unito a uno spiffero proveniente dal mare che attraversava il giusto interstizio tra labbra umide e pelle, rese turgido il capezzolo. Lei gli teneva la testa sempre passandogli una mano tra i capelli, ma lo guardò poco preferendo chiudere gli occhi e lasciandosi travolgere dalle sensazioni del momento. L’altra mano di lui la sentiva per tutto il corpo, quasi in fremente ricerca di qualcosa, mentre si soffermava solo sulle curve e nei punti più nascosti. Bottone dopo bottone gli aprì la camicia bianca dalle venature lilla mentre lui non lasciava la presa sul seno se non per baciarla. Lo aiutò piano piano a scoprire la pelle e a quel punto fu la sua lingua a viaggiare per il suo corpo con frenesia, quasi disegnando dichiarazioni d’amore e nuovi orizzonti ancora da scoprire, arrivando in anfratti che sembravano rispecchiare il luogo dove stavano che diventava tutt’uno coi loro corpi che per la prima volta si scoprivano un po’ di più. Fu la bocca di lei poi a dare motivazioni ai sospiri di lui, in un desiderio crescente che quasi le ingoiava le parole, così si affidava ai gesti ricchi di passione la possibilità che lui capisse i messaggi più caldi e come amasse il suo corpo, lasciando alla sabbia vulcanica, nera come i capelli di lui, corvina e incandescente il migliore modo di accogliere quelle membra tremanti e smanianti. 

Le stelle sembrano apparire

Le stelle sembrano apparire, come se il sole al tramonto strappasse via un velo vermiglio mentre va via, un affascinante sipario di un teatro antico dove va in scena sempre lo stesso spettacolo ma noi ogni volta non ne ricordiamo il copione e ci ritroviamo spettatori sempre più ammaliati del cambio di colori che avviene all’orizzonte. 

Le stelle sembrano apparire, ma a volte mi chiedo se non sono nascoste, magari sono richiamate dal nostro stesso cuore, sono frammenti di sogni e speranze… perché, si sa, è la notte che culla meglio di ogni altro momento i pensieri. I più belli e i più terribili sono quelli in fondo al cuore, quelli che a volte rischiarano le tenebre e altre volte sono cocci di oscurità. Al di là di moderne abitudini, la notte è il riposo del corpo e il tormento dell’anima e nel suo scorrere si affaccia ogni cosa: la paura di un domani, il sogno di un dolcissimo abbraccio, il ricordo della cattiveria in un mondo dove sempre più persone inaridiscono la freschezza delle emozioni e inorgogliscono l’aridità di sentimenti falsi, nella cornice di gesti vigliacchi. Voler bene fa paura, volersi bene è quasi un miracolo, per il resto è ipocrisia, opportunismo, approssimazione. 
Io resisto e resisto di notte, quando i ricordi sono ancora più testardi e tormentano le viscere. Ma mi rendo conto che i ricordi pian piano si trasformeranno in nuovi sogni e che lo stesso abbraccio non è più una pelle al chiaror di luna che solletica le lacrime, ma il semplice sospiro di desiderio di raggomitolarsi nelle possenti braccia di un uomo degno d’essere chiamato tale su un morbido letto. 
Allora, ascolto nuovi auguri di buonanotte e nel frattempo guardo le stelle nella notte d’estate mentre va avanti fino all’alba e a loro volta loro restano a guardarmi… e un po’ sperano in un futuro migliore, assieme a me. 

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