Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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Assassinio per un pelo (racconto di Emilia Sensale)

PUBBLICATO SU CASORIADUE. ‘i RACconti tornano’ di Emilia Sensale. Foto: Stazione di Dazio (Cumana) nel quartiere di Bagnoli, Napoli. 

P_20170218_135102 EmiliaLa notizia dell’omicidio si era diffusa velocemente per tutta Napoli e da tempo la città non parlava d’altro. Chi si occupava del caso si sentiva braccato più di quanto fossero riusciti a far sentire in trappola l’assassino, tutti chiedevano che fosse preso al più presto per dare giustizia a quella povera vittima. Il chiacchiericcio, ben sentito ai bar di ogni quartiere, si divideva tra chi avesse paura che fosse il primo passo di un serial killer e chi amava ciarlare in maniera spensierata dell’accaduto, con la verve del più grande appassionato lettori di romanzi gialli.

La signora Maria era abitudinaria anche nelle sue stranezze. Abitava in uno dei palazzi di Via Tarsia e, benché si lamentasse spesso della sua condizione di donna anziana e sola, non amava molto gli animali e non desiderava riempire le sue giornate con un cane o un gatto, anzi, affermava di non considerarsi adatta a quel ruolo e considerava gravoso l’impegno di prendersi cura di un animale domestico. Maria amava i viaggi, amava spostarsi: la pensione non le permetteva chissà quali mete e allora riempiva il suo tempo organizzando gite nei posti che poteva raggiungere coi treni o partecipando a escursioni in bus organizzate da associazioni, chiese e gruppi di anziani suoi amici.

Abitando a pochi passi dalla stazione di Montesanto, la signora non perdeva occasione per prendere qualche treno, specialmente la Cumana. Andava spesso a Bagnoli o a Pozzuoli, ma nel convoglio non stava comodamente seduta. Maria faceva una cosa per la quale era conosciuta da tutti coloro che salivano abitualmente sul treno e che era arrivata fin nel quartiere della Pignasecca grazie al passaparola, un’abitudine che dopotutto non dava fastidio a nessuno ma che sicuramente era una stranezza. Maria saliva sul treno, magari trovava anche un posto a sedere ma dopo poco si alzava e si avvicinava alle persone sorridendo, ricordando loro l’importanza di obliterare il biglietto a ogni partenza. Finito il giro del vagone dove stava, a ogni fermata scendeva alla stazione ma per entrare nel vagone successivo dove proponeva il medesimo invito: percorreva così tutto il treno fino alla fine, scendendo poi col sorriso alla meta desiderata. La sua non era una presenza invadente e non si preoccupava di come fosse beffeggiata dai giovani studenti che prendevano il treno, insensibili di fronte all’invito che faceva ai ragazzi di stare attenti quando andavano sul motorino, di indossare sempre il casco o la cintura in auto. C’era un motivo alla base di tutto questo: suo figlio Marco aveva avuto un incidente… ma non era morto, anche se la signora raccontava così. Molti affermavano che Maria si inventasse la morte del figlio perché Marco da alcuni anni lavorava in un’altra regione dove aveva costruito una sua famiglia e neanche nelle feste di Natale e di Pasqua veniva a far visita alla madre, allora l’anziana probabilmente preferiva pensare che il figlio non ci fosse più, non riuscendo ad ammettere un abbandono da parte sua giustificabile o meno.

Maria era stata trovata morta nel penultimo vagone della Cumana. Quel giorno era scesa come sempre con la sua maglietta marrone, i capelli grigio scuro e riccioluti corti che le formavano una specie di folto cespuglio sulla testa, due vistosi orecchini d’oro che l’assassino non prese dopo l’omicidio, particolare che colpì subito gli investigatori che si occupavano del caso e i giornalisti che scrivevano gli ultimi sviluppi sul giornale. Occhiali spessi sul naso, rossetto rosso fuoco, gonna lunga nera e borsa bianca che poco si intonava con il resto. Nulla di nuovo c’era nel suo aspetto, nulla era stato sottratto dalla borsa, ma la stranezza che aveva messo in confusione gli inquirenti. Le telecamere della stazione parlavano chiaro, anche se le immagini non erano nitide, ma c’era la conferma di un testimone: la signora Maria aveva come sempre effettuato l’ultimo cambio di vagone, eppure era stata trovata nel penultimo tratto del treno. Si chiedevano tutti perché fosse tornata indietro e perché, come testimoniavano le telecamere, non fosse uscita dalla porta classica ma riuscendo a oltrepassare il vetusto passaggio interno. Il guaio fu che proprio in quel frangente c’erano ben pochi passeggeri, una fortuita coincidenza per il killer che sembrava aver avuto una sorta di dono del destino o che fosse riuscito a effettuare un raffinato calcolo aiutato dalla fortuna.

Passavano i giorni, le settimane, i mesi. Gli interrogatori delle persone rintracciate dopo aver visualizzato il materiale delle telecamere delle stazioni non avevano dato grandi frutti, per assurdo non si notavano persone sospette tra le sagome riconoscibili nei vari video. I sospetti caddero sulla coppia di giovani che avevano scoperto il cadavere, ma ben presto la pista si rivelò senza futuro, in mancanza di un movente e avendo appurato che i ragazzi non fossero coinvolti nella faccenda. Spesso le televisioni locali e nazionali lanciavano servizi in diretta da Montesanto o da altre stazioni della Cumana e molte erano le ipotesi che viaggiavano di bocca in bocca nella popolazione napoletana.

L’assassino fu scoperto per caso e lasciò tutti di stucco. Importante fu una soffiata di un clochard che arrivò alla polizia assicurando di aver ricevuto una confidenza dall’assassina mentre era ubriaca. Assassina, sì: era una donna. Una senzatetto, venditrice abusiva di accessori di vario genere, che cambiavano ogni giorno a seconda degli affari e delle occasioni dettate dal calendario, che girava spesso per la Cumana per cercare di vendere qualcosa stando attenta a non farsi scoprire. Messa alle strette, confessò. Aveva ucciso la signora Maria perché litigavano spesso sul treno: non solo non le dava mai l’elemosina ma addirittura ad alta voce la ingiuriava davanti agli altri passeggeri, minacciando di farla arrestare. Una volta che la signora scese alla stazione di Dazio nel quartiere di Bagnoli, probabilmente per fare una passeggiata, la trovò intenta a dare da mangiare ad alcuni gatti sulla scogliera de lungomare lì presente e non perse occasione per deriderla, commentando con una certa acidità il fatto che non capisse cosa ci trovasse di bello nel dare da mangiare ai gatti randagi e che fosse una donna sporca che stava imbrattando gli scogli per nutrire degli animali. Il volto dell’assassina finì su tutti i giornali, decine di trasmissioni televisive ne parlavano e molti opinionisti si dicevano poco convinti della confessione e della ricostruzione. La senzatetto aveva accoltellato la signora nel penultimo vagone, era stata un’azione di rabbia a seguito di un litigio scaturito dopo che l’assassina volesse solo minacciare Maria col coltello sperando di farle paura e di non essere più derisa in futuro. Non aveva trasportato il cadavere, la signora aveva reagito con coraggio alla minaccia mentre l’omicida aveva avuto un momento di indecisione e aveva deciso di allontanarsi. L’anziana l’aveva inseguita urlando mentre lei si spostava dall’interno nel penultimo vagone, una mossa che se evitata forse avrebbe permesso a Maria di non perdere la vita.

Col tempo, nessuno più parlò dell’omicidio della signora Maria. L’unico ricordo è legato alle gesta di un’associazione che si occupava di difesa degli animali randagi che con una discreta puntualità si recano presso la stazione di Dazio per dare da mangiare ai gatti tanto amati dall’assassina. 

Emilia Sensale 

 

Il predatore (racconto di Emilia Sensale)

PUBBLICATO SU CASORIADUE. ‘i RACconti tornano’ di Emilia Sensale. Foto: Via dei Tribunali, Napoli. 

 

P_20170124_141034‘È questo che pensi di me vero? Voglio che ci guardiamo negli occhi e ci chiariamo’. 

Agata camminava a passo svelto lungo il portico di Via dei Tribunali, aveva da poco superato la Chiesa del Purgatorio ad Arco. Era così concentrata sullo schermo del suo smartphone che non si accorse del bambino che per poco si stata scontrando rovinosamente con lei, impegnato come era a correre ridendo di cuore mentre era inseguito da alcuni amici coetanei più divertiti di lui. Rilesse il messaggio sul cellulare, sospirò e posò l’apparecchio nella borsa. Quattro vecchietti giocavano a carte a un tavolo di un bar, uno di loro aveva un cappello di lana color grigio che solo a guardarlo dava una sensazione di morbidezza e calore. Una folata di vento freddo però sembrò abbracciare il corpo di Agata, la quale istintivamente si chiuse nel cappotto blu scuro e nella grande sciarpa azzurro chiaro.

Si fermò al punto che era stato fissato per l’appuntamento. Era una giornata uggiosa che minacciava pioggia dal cielo coperto allo sguardo da fitte nuvole grigie e molte persone passavano per il Centro Storico di Napoli, si avvicinava l’ora di pranzo e alcuni già camminavano portando tra le mani degli invitanti cartoni quadrati. Agata ne sentiva addirittura il profumo e in certi casi immaginava il gusto delle pizze scelto dai clienti che le passavano davanti. Fu in quel momento che il suo telefono squillò: un nuovo messaggio, questa volta un vocale. La voce di lui si confondeva con i rumori di una radio accesa.

‘Ho preso una sorpresa così pranziamo insieme. E non voglio un NO come risposta, mangiamo insieme, se ti va come sempre in auto. Sto arrivando, sono vicino. Baci tesoro mio’. 

Agata sorrise e scrisse che lo stava aspettando al solito posto. Pensò che probabilmente aveva preso proprio le pizze e continuava a sorridere pensando alla coincidenza. Dalla prima volta che lo aveva incontrato aveva
sentito come se ci fosse un filo invisibile fra loro e che si leggessero nel pensiero… ma il ricordo di tutti gli ostacoli di quell’amore distolse la sua attenzione dal pensiero felice. Nell’attesa, cominciò a fare alcuni passi avanti e indietro per quel tratto della strada con le braccia conserte e per puro caso si accorse del gatto, un felino probabilmente randagio dal manto bianco e nero: era appostato dietro uno dei pilastri dell’antico portico e guardava con attenzione un gruppo di piccioni impegnati a mangiare un pezzo di graffa, probabilmente caduto per caso dalla mano di un passante o gettato da qualche persona generosa. Il gatto dopo un po’ corse con l’intento di afferrare uno dei colombi che, tuttavia, si accorsero del pericoloso e riuscirono a volare via, lasciando il gatto deluso. Agata si rese conto di aver guardato tutta la scena senza fare un tifo particolare, non sperava che i piccioni potessero farcela né che il felino riuscisse nel suo intento, ma aveva osservato il tutto pensando al litigio di quella mattina.

“Mi vedi come un predatore, uno che vuole la sua preda per calmare i suoi istinti famelici, ma non è così, i miei sentimenti sono sinceri, devi solo darmi tempo” aveva urlato lui mentre lei si chiedeva se i sentimenti avessero bisogno di tempo, pure se tecnicamente c’erano delle difficoltà per poterli mostrare al mondo, come se fosse normale l’attesa di un comportamento che lei per le sue esigenze considerava più idoneo e rispettoso.

Agata si destò per il rumore di un clacson. Riconobbe l’auto, si rese conto di avvicinarsi alla portiera con l’entusiasmo di sempre, senza troppe domande. Lo salutò baciandolo sulla guancia e con la coda dell’occhio adocchiò delle confezioni di cibo da asporto sui sedili posteriori, indossò la cintura di sicurezza e subito dopo lui le prese la mano sinistra per portarsela alle labbra in un bacio dolcissimo e delicato mentre aveva le altre dita ben strette sul volante. Si baciarono sulle labbra solo quando furono sicuri di non essere visti da occhi indiscreti e magari pericolosi. Arrivarono dopo molto tempo e tante chiacchiere a un posto panoramico ma appartato, col mare che si vedeva da uno scorcio tra i rami degli alberi, l’acqua si confondeva nel bigio del cielo come se non ci fosse un orizzonte definito.

“Ho preso una pizza margherita poi ho pensato a prendere pure qualche sfizio e delle cotolette, magari mangiamo gustando un po’ tutto” disse lui dandole un bacio sulla fronte e poi sulle labbra, un contatto fra le bocche che diventò in breve tempo appassionatamente serrato. Nel prendere le cose da mangiare Agata notò i giocattoli e i peluche dei bambini ed ebbe una sensazione di malessere, quasi un senso di colpa, ma nel voltarsi a lui che le sorrideva ogni sensazione scomparve. Iniziarono a mangiare rimandando a fine pranzo ogni chiarimento, ma ben presto si ritrovarono nudi mentre alcune timide gocce di pioggia scorrevano lungo i vetri delle portiere e sembravano camminare lungo la parete trasparente con discrezione, regalando un’atmosfera di maggiore intimità a quella coppia. Continuarono a mangiare restando abbracciati, nudi, con lei che teneva la testa sulla sua spalle e il braccio di lui le stringeva il corpo. Agata non si sentiva preda in quel momento ma semplicemente innamorata e continuava ad accarezzargli i capelli neri e morbidi che si confondevano coi suoi, pure corvini ma ricci, ribelli come i suoi desideri quando si ritrovava a riflettere su quella storia.

La pioggia continuava a bagnare Napoli al suo ritorno a casa. Nel suo sentirsi preda di un gatto dalle unghie che le sembravano laceranti si rendeva conto magari di essere un uccello e di poter volare via e si interrogava sul perché non lo facesse, rispondendo con parole riguardanti i suoi sentimenti. La solitudine per Agata sembrò un concetto strano prima ancora di una condizione incorniciata da una gelosia che le sembrava prima giusta poi assurda e inutile, fino al suono del telefono di una vita parallela che sentiva viva e pulsante nel cuore, di una telefonata per darsi la buonanotte, di un presente che magari non invano lei sperava avesse un futuro.

Emilia Sensale 

Guarda avanti (racconto di Emilia Sensale)

PUBBLICATO SU CASORIADUE. ‘i RACconti tornano’ di Emilia Sensale. Foto: particolare Chiesa di San Domenico Maggiore, Napoli

Controllava, controllava, controllava.

Le venne in mente uno dei tanti racconti della donna, quelli della guerra, dove lei aspettava il nonno senza avere notizie. Come si poteva vivere così? Era lei sbagliata forse, lei che controllava compulsivamente quei numeri bianchi pregando che si ricollegasse? Dopotutto, la madre l’aveva avvisata: “Tu non sei adatta per i rapporti a distanza” le aveva detto in modo perentorio.

Niente da fare, lui non si ricollegava. Lei era preoccupata. Non riusciva neanche a seguire la lezione. Dopo due ore, durante le quali non aveva preso neanche appunti, uscì IMG_6961dall’università. Fu in quel momento che adocchiò il balcone quattrocentesco della chiesa in piazza che sembrava sperduto nella grande facciata, come un elemento estraneo se confrontato con i balconi moderni, pieni di fiori, nelle vicinanze.

Controllava, controllava, controllava.

Nulla, di lui nessuna traccia da giorni.

Lui era partito per il Nord Italia, in quella Verona che lei considerava così romantica…. Lui le mandava spesso la foto del balcone di Romeo e Giulietta e lei quando andava in università guardava quel balcone antico, tutto partenopeo, chiudeva gli occhi e sperava di abbracciarlo ancora. Lei si identificava in quel balcone, si sentiva diversa da tutto il resto. Era una presenza antica che andava contro quella modernità fatta di cellulari, numeri bianchi e ansia.

Una luce particolare, fulgida, illuminò il balcone. La stessa luce illuminò il suo cuore e capì. Capì che il tempo era troppo prezioso per perderlo dietro una preoccupazione che aveva una destinazione che non meritava tutta quella considerazione.

Non controllò più.

Emilia Sensale 

‘A gattella, Pullecenella e Gabriella (racconto di Emilia Sensale)

PUBBLICATO SU CASORIADUE. ‘i RACconti tornano’ di Emilia Sensale. Foto: angolo di Vico del Fico al Purgatorio, Napoli

“Non ho mai visto la neve” confessò la piccola Sofia stringendo in maniera più forte le mani della sorella. La folla per il Centro Storico di Napoli era una caratteristica del periodo natalizio e alla bambina proprio non piaceva tutto quel chiasso, colori e suoni non la gattellapullecenellagabriellarendevano felice come accadeva ai suoi compagni di classe alle scuole elementari che tanto avevano insistito per fare una recita di Natale piena di canti e balli, ma nonostante i rumori aveva ben sentito di cosa chiacchieravano sua cugina e la zia. Il gruppo si era diviso a Piazza San Gaetano dopo aver superato miracolosamente l’affollata Via S. Gregorio Armeno, anche se non erano riusciti a godere pienamente dello spettacolo dei pastori e dei presepi a causa della folla che faceva muro davanti alle colorate meraviglie esposte dagli artigiani. Una parte della famiglia era più avanti, le tre donne erano rimaste dietro e zia e figlia chiacchieravano, stringendosi al collo le ampie e morbide sciarpe di lana color viola e commentando in merito all’allerta meteo e al grande freddo degli ultimi due giorni che aveva portato la neve addirittura ad Ercolano, a poche centinaia di metri dal mare. Era vero: nella sua città piena di smog e automobili non aveva mai visto la neve e il suo sogno era sempre fare un pupazzo sul balcone di casa.

Superarono il porticato e la Chiesa del Purgatorio ad Arco. Il freddo era sempre più pungente e le musiche classiche natalizie provenienti dai negozi di zona erano sempre più forti, come sempre più forte era l’odore del cibo da strada tipico del periodo. Un capannello di persone lanciavano gridolini dall’angolo del Vico Purgatorio ad Arco e le tre si avvicinarono incuriosite.

“Gabriella… guarda, un gatto!” urlò Sofia stringendo più forte la mano della cugina e indicando la bestiola con il braccio libero.

Gabriella provava emozioni contrastanti: l’angoscia di un brutto ricordo legato a un amore finito e la felicità di vedere quell’esemplare così dolce. Lei amava i gatti, ne aveva uno regalatole da un ragazzo che non c’era più, che l’aveva lasciata per un’altra.

“Bellella ‘a gattella eh?” chiese una signora stringendosi nel suo cappotto scuro. Gabriella annuì mentre alcuni bambini si accalcavano addosso a lei per poter dare uno sguardo. Guardò la piccola Sofia e la vide sorridente mentre osservava il gatto. Era rosso di pelo, appoggiato al basamento in pietra di una statua raffigurante Pulcinella proprio sotto l’insegna che indicava il nome della via.

“È femmina?” chiese Gabriella ma nessuno le rispose, la signora era andata via.

La zia chiese di andare via perché era tardi e Gabriella si fece spazio tra la folla, trascinando Sofia. Ebbe però un pensiero e lasciando andare la madre davanti decise di tornare indietro, prontamente seguita dalla piccola, e fu allora che vide un uomo anziano intendo ad appoggiare un piattino di plastica a terra per far mangiare la gatta. Gabriella immaginò che ne fosse il padrone o forse un semplice benefattore, ma non volle chiedere. Sorrise sotto la grande sciarpa viola stringendosela al collo mentre alcuni ricci castani dalle lucentezze ramate.

Gabriella tornò più volte dalla gatta, ogni volta che poteva, raggiungeva la zona per l’università e si allungava per salutarla. Un giorno, la vide su una sedia del bar vicino e il vecchietto seduto con lei. Un caffè fumante si avvicinava alle labbra dell’anziano, vestito di bianco con un cappello con visiera lucido plastificato che sembrava tipico da divisa. Il vecchio alzò lo sguardo ingrigito e smuovendo i baffi bianchi per un sorriso a labbra distese chiese a Gabriella di sedersi con lui. La ragazza era interdetta, ferma davanti alla statua di Pulcinella, ma quando l’uomo la invitò nuovamente indicandole una delle sedie argentate nelle sue vicinanze si sedette. Fu allora che notò una spilla sulla giacca bianca del vecchietto, una specie di vaso con alcuni fiori che a prima vista sembrava in argento.

“La gatta è mia, si chiama Puffi. È una micia trovatella, ora sta bene in carne” spiegò l’anziano, come se avesse letto nel pensiero Gabriella.

Dal Vico Purgatorio ad Arco una signora passeggiava tenendo al guinzaglio un cane e tantissime persone passeggiavano nel Centro Storico di Napoli. Un’altra tazza di caffè fumante arrivò al tavolo, contraddistinto da chiacchiere e sorrisi, promesse di rivedersi in futuro e fugaci carezze alla gatta che col suo pelo vermiglio si avvicinava alla sedia della ragazza, regalandole una serenità che credeva perduta e che invece era rilucente.

Emilia Sensale 

 

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