Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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Archivio della categoria 'Pensieri, emozioni e parole'

‘A gattella, Pullecenella e Gabriella (racconto di Emilia Sensale)

PUBBLICATO SU CASORIADUE. ‘i RACconti tornano’ di Emilia Sensale. Foto: angolo di Vico del Fico al Purgatorio, Napoli

“Non ho mai visto la neve” confessò la piccola Sofia stringendo in maniera più forte le mani della sorella. La folla per il Centro Storico di Napoli era una caratteristica del periodo natalizio e alla bambina proprio non piaceva tutto quel chiasso, colori e suoni non la gattellapullecenellagabriellarendevano felice come accadeva ai suoi compagni di classe alle scuole elementari che tanto avevano insistito per fare una recita di Natale piena di canti e balli, ma nonostante i rumori aveva ben sentito di cosa chiacchieravano sua cugina e la zia. Il gruppo si era diviso a Piazza San Gaetano dopo aver superato miracolosamente l’affollata Via S. Gregorio Armeno, anche se non erano riusciti a godere pienamente dello spettacolo dei pastori e dei presepi a causa della folla che faceva muro davanti alle colorate meraviglie esposte dagli artigiani. Una parte della famiglia era più avanti, le tre donne erano rimaste dietro e zia e figlia chiacchieravano, stringendosi al collo le ampie e morbide sciarpe di lana color viola e commentando in merito all’allerta meteo e al grande freddo degli ultimi due giorni che aveva portato la neve addirittura ad Ercolano, a poche centinaia di metri dal mare. Era vero: nella sua città piena di smog e automobili non aveva mai visto la neve e il suo sogno era sempre fare un pupazzo sul balcone di casa.

Superarono il porticato e la Chiesa del Purgatorio ad Arco. Il freddo era sempre più pungente e le musiche classiche natalizie provenienti dai negozi di zona erano sempre più forti, come sempre più forte era l’odore del cibo da strada tipico del periodo. Un capannello di persone lanciavano gridolini dall’angolo del Vico Purgatorio ad Arco e le tre si avvicinarono incuriosite.

“Gabriella… guarda, un gatto!” urlò Sofia stringendo più forte la mano della cugina e indicando la bestiola con il braccio libero.

Gabriella provava emozioni contrastanti: l’angoscia di un brutto ricordo legato a un amore finito e la felicità di vedere quell’esemplare così dolce. Lei amava i gatti, ne aveva uno regalatole da un ragazzo che non c’era più, che l’aveva lasciata per un’altra.

“Bellella ‘a gattella eh?” chiese una signora stringendosi nel suo cappotto scuro. Gabriella annuì mentre alcuni bambini si accalcavano addosso a lei per poter dare uno sguardo. Guardò la piccola Sofia e la vide sorridente mentre osservava il gatto. Era rosso di pelo, appoggiato al basamento in pietra di una statua raffigurante Pulcinella proprio sotto l’insegna che indicava il nome della via.

“È femmina?” chiese Gabriella ma nessuno le rispose, la signora era andata via.

La zia chiese di andare via perché era tardi e Gabriella si fece spazio tra la folla, trascinando Sofia. Ebbe però un pensiero e lasciando andare la madre davanti decise di tornare indietro, prontamente seguita dalla piccola, e fu allora che vide un uomo anziano intendo ad appoggiare un piattino di plastica a terra per far mangiare la gatta. Gabriella immaginò che ne fosse il padrone o forse un semplice benefattore, ma non volle chiedere. Sorrise sotto la grande sciarpa viola stringendosela al collo mentre alcuni ricci castani dalle lucentezze ramate.

Gabriella tornò più volte dalla gatta, ogni volta che poteva, raggiungeva la zona per l’università e si allungava per salutarla. Un giorno, la vide su una sedia del bar vicino e il vecchietto seduto con lei. Un caffè fumante si avvicinava alle labbra dell’anziano, vestito di bianco con un cappello con visiera lucido plastificato che sembrava tipico da divisa. Il vecchio alzò lo sguardo ingrigito e smuovendo i baffi bianchi per un sorriso a labbra distese chiese a Gabriella di sedersi con lui. La ragazza era interdetta, ferma davanti alla statua di Pulcinella, ma quando l’uomo la invitò nuovamente indicandole una delle sedie argentate nelle sue vicinanze si sedette. Fu allora che notò una spilla sulla giacca bianca del vecchietto, una specie di vaso con alcuni fiori che a prima vista sembrava in argento.

“La gatta è mia, si chiama Puffi. È una micia trovatella, ora sta bene in carne” spiegò l’anziano, come se avesse letto nel pensiero Gabriella.

Dal Vico Purgatorio ad Arco una signora passeggiava tenendo al guinzaglio un cane e tantissime persone passeggiavano nel Centro Storico di Napoli. Un’altra tazza di caffè fumante arrivò al tavolo, contraddistinto da chiacchiere e sorrisi, promesse di rivedersi in futuro e fugaci carezze alla gatta che col suo pelo vermiglio si avvicinava alla sedia della ragazza, regalandole una serenità che credeva perduta e che invece era rilucente.

Emilia Sensale 

 

‘I RACconti tornano’ della giornalista Emilia Sensale

i-racconti-tornanoUna foto, una idea, un racconto ispirato a quella immagine: è questo l’iter di ‘i RACconti tornano’, un progetto della poetessa e giornalista partenopea Emilia Sensale che ama scrivere ma anche scattare fotografie per la città di Napoli e non solo. L’idea in realtà vorrebbe diventare una vera e propria iniziativa che in futuro potrebbe coinvolgere chi vorrà partecipare e nel frattempo trasformarsi in un’occasione per raccontare storie di luoghi e persone. Soprattutto, ‘i RACconti tornano’ nasce in un periodo difficilissimo per Emilia, che attraverso la scrittura vuole tentare di recuperare la strada della serenità. I racconti di Emilia Sensale verranno accolti di volta in volta da CasoriaDue e sul suo sito. 

Cavatelli freschi con pomodoro e tonno con pillola di felicità

mcldi“Per esempio, mangiai i cavatelli freschi con pomodoro e tonno poi le spinacine e non mi successe nulla, neanche un movimento di stomaco, solo lì beh…”. Il dottore a ‘cavatelli’ già aveva alzato la testa dal referto che stava scrivendo, a ‘spinacine’ gli stavano scivolando i piccoli occhiali dal naso. Tra le sue mani c’era l’ennesimo pezzo di carta con l’ennesimo elenco di medicinali, da comprare in farmacia oppure omeopatici a seconda dei gusti.

La malattia non è una colpa del malato, è qualcosa che accade e basta e va affrontata. Proprio perché si genera ed è capace di toccare la quotidianità, non bisogna mai fare l’errore (che stavo facendo io) di sentirsi in colpa nei confronti di coloro che abbiamo vicino, nella spasmodica ricerca dei modi per dare il meglio di noi stessi perché ci sentiamo a metà. Il mio pensiero è semplice: quando stavo benissimo e cercavo di dare il meglio di me ero a volte trattata male, finanche lasciata al mio destino, per quale motivo oggi che sto così le persone dovrebbero restarmi vicino? La risposta è arrivata proprio a seguito di una delusione su un comportamento: chi mi vuol bene, come suggerisce l’espressione stessa, sa che il mio corpo è cambiato ma la mia persona è sempre quella, non va via nel momento del bisogno, si attacca anche di più.

La malattia ti cambia per sempre: scombussola le abitudini, sconvolge il corpo e la sensazione di qualcosa che è sfuggito al controllo è difficile da accettare. Avere tutti questi sintomi all’improvviso mi ha trascinato in uno strano vortice che si è portato con sé insicurezza, ansia, insonnia schizofrenica. È arrivato tutto proprio nel momento che sentivo felice e appagante dopo un lungo periodo dove un rapporto sbagliato e delusioni professionali mi stavano trasportando in un vicolo cieco.

“Ma aveva preso qualche medicina?” mi ha chiesto il dottore. Ho lasciato andare i ricordi.

Il paese, la spesa assieme, il mio disperato controllo degli ingredienti. La casa, il gatto che aveva fame, la cucina con quella sua particolare luce che mi piace tanto. Lo osservavo mentre cercava disperatamente le pentole specifiche che gli avevo richiesto. Una tavola può avere anche i suoi bellissimi segreti da firmare in due e i suoi sorrisi, è il simbolo non casuale della mia passione per la cucina e al tempo stesso del mio dramma per questa malattia che mi ha fatto perdere il rapporto sereno con i sapori.

Era la prima volta che cucinavo davvero per un uomo, restando completamente soli nella casa. Sentire il suo abbraccio da dietro mentre lavavo le pentole per accingermi a cucinare è stato bellissimo, il suo bacio sul collo mi è arrivato con una sensazione di freschezza nel sottofondo musicale del rubinetto aperto. “Che faccio?” mi ha chiesto ma no, volevo che si rilassasse, volevo restare io ai fornelli. Stare ai fornelli è stato meraviglioso, mi sentivo a casa. Cavatelli freschi con sugo di pomodoro fresco e tonno. A 15 minuti di cottura sono uscito con uno per farglielo assaggiare ed è stato forse il gesto più intimo che abbiamo avuto insieme. Abbiamo mangiato di gusto a tavola e dal mio addome a parte qualche movimento sordo non è accaduto nulla. Il Mostro era lì e stranamente era in silenzio; solo al caldo di un abbraccio nel letto, lungo il tenersi la mano guancia a guancia e il guardarsi dritto negli occhi, nella meraviglia di un buio interrotto dall’immagine di Gerry Scotti, si è mosso come un pugno di fuoco dalle unghie affilate nel ventre. E in cucina sono tornata dopo, appoggiata a un muro su un fianco mentre guardavo il tramonto lungo la campagna: ho ammirato il paesaggio con le mani nelle tasche come se fosse per me una necessità, come se fosse scritto da qualche parte che dovessi essere lì. Mi arrivò la voce di lui che mi chiedeva cosa stessi facendo, risposi che sarei arrivata subito e ammirai le lontane montagne chiedendomi se ce l’avrei fatta a scalare la mia, così grande, così ripida. Pensai a come desideravo crearmi una famiglia e costruire una quotidianità serena, mettendo in pratica tutte le mie attenzioni casalinghe e non, mi chiedevo se il Mostro me l’avrebbe mai permesso. Poi ho capito. Ho capito che la malattia sarà probabilmente invalidante ma chi non vorrà andare via non se ne andrà, chi mi vorrà bene mi resterà vicino e capirà che brutto momento sto vivendo.

Sì, la presi la medicina. Si chiama felicità. Per quanto il Mostro stia concretamente lì, una pillola di questa permette di vivere bei momenti che sono ricordi da recuperare nei momenti più difficili, piccoli grandi miracoli che ti attaccano alla vita pure nel dolore in attesa di capire chi ti resterà vicino nel momento più duro. 

I momenti più grandi di difficoltà

I momenti più grandi di difficoltà sono ciò che più indica la consistenza dei rapporti e in particolar modo la loro disinteressata sincerità. Quando sei in difficoltà, magari in un periodo di complicata malattia, scopri chi ti è davvero vicino e chi in realtà non ti vuol bene. Ciò che resta è destinato a dare un frutto maggiore e anche più dolce, dal quale verrà il seme per nuove cose più giuste e più belle. Ciò che si distrugge è un frutto amaro fino alla consapevolezza che probabilmente non fosse ciò che meritavamo… perché chi ci vuol bene non se ne va nel momento del bisogno, non volta le spalle quando siamo più fragili. 
I momenti più grandi di difficoltà ti cambiano per sempre. La malattia scombussola le abitudini, sconvolge il corpo e la sensazione di qualcosa che è sfuggito al controllo è difficile da accettare. Di fronte alle naturali insicurezze servono presenze che ci amano davvero, che sanno esserci vicine comprendendo le nostre esigenze senza giudicarci. Nel frattempo, bisogna avere la forza di accettare chi non resta, per un motivo o per un altro. E bisogna saper dare priorità a se stessi: a volte si fa l'errore di aver paura delle reazioni di chi è nel nostro cuore di fronte alla nostra malattia quando invece dovremmo ricordare che chi ama non va via di fronte agli ostacoli… e rimembrare che lo abbiamo fanno noi per primi, siamo rimasti in passati in certe situazioni difficili perché amavamo, perché per noi era importante la persona e il resto andava affrontato insieme. 

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