Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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Archivio della categoria 'EROSticceria'

Ricetta della ciambella alla Melannurca Campana IGP e mascarpone

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Mela_annurca_1La Melannurca Campana, definita ‘la regina delle mele’ e riconosciuta nel 2006 quale Indicazione Geografica Protetta (IGP), è un prodotto ortofrutticolo tipico delle terre della Campania. Tale varietà ha origini antiche, come testimonia la sua presenza in un affresco di duemila anni fa rinvenuto in una domus di Ercolano, la Casa dei Cervi, e prende il nome secondo la tesi più acclamata da una tradizione puteolana: il Lago Averno, infatti, era considerato come la Porta degli Inferi e nel territorio fertile di Pozzuoli ha iniziato a crescere questa mela che cresceva per l’appunto intorno all’Orco, agli Inferi; col tempo il nome si è trasformato in Annorcola fino all’Annurca che conosciamo oggi. 

La raccolta di questi frutti, ancora acerbi, deve iniziare intorno alla metà di settembre. Subito dopo, inizia la fase di maturazione detta ‘arrossamento' con l'esposizione al sole per circa due settimane. Sui melai, filari di graticci di paglia ricavata dalla trebbiatura, le mele vengono frequentemente girate a mano. Caratteristica della Melannurca Campana rosse è la sua dolcezza e la presenza di puntini bianchi sulla buccia. 

Nel 2015 sono stati pubblicati alcuni studi sulla Melannurca Campana: i ricercatori del dipartimento di Farmacia dell’Università ‘Federico II’ di Napoli hanno dimostrato che questa mela ha un’azione gastroprotettiva, aiuta a regolare le funzioni intestinali, è diuretica e indicata spesso nelle diete dei malati e dei diabetici. In particolare, la Melannurca è ricca di polifenoli ed è efficace contro la calvizie. 

Ecco la ricetta di un dolce adatto alla prima colazione e alla merenda: ciambella con mela annurca e mascarpone. 

Ingredienti 

400gr di mele annurche 

400gr di mascarpone 

250gr di farina 

300gr di zucchero 

4 uova intere 

1 bustina di lievito per dolci 

1 busta di vanillina 

1 pizzico di sale 

Sbattere le uova con lo zucchero e il pizzico di sale fino a che diventino un composto chiaro e spumoso. Mescolare il composto con due cucchiai di mascarpone, il resto metterlo da parte. Aggiungere la farina insieme al lievito per dolci e alla vanillina e amalgamare il tutto. Sbucciare le mele e tagliarle a fette, unire il tutto al composto. Imburrare e infarinare una tortiera a forma di ciambella e infornare in forno già caldo a 180° per circa un’ora. Quando la ciambella si sarà raffreddata mescolare il restante mascarpone con un po’ di zucchero, tagliare in due la ciambella e spalmare la crema ottenuta. 

Carne alla pizzaiola, caldo piatto dalle origini indubbiamente napoletane

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P_20170201_164230_-_CopiaFette di carne alla pizzaiola, magari calde, appena tolte dal ruoto che ancora borbotta sul fuoco, in un buon sfilatino: conoscete qualcosa di più buono per una merenda in un freddo inverno capace di riscaldare corpo e anima e anche, a ben guardare, qualcosa di più sensuale? Basta un morso per ritornare in pace con se stessi e per tornare a sorridere quando qualcosa nella vita non va. 

La carne alla pizzaiola ha una storia dopotutto incerta ma non ci sono invece dubbi sulla sua origine: è napoletana, meravigliosamente napoletana. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un piatto nato per riciclare degli avanzi, probabilmente è nata dopo la scoperta dell’America e quando nella città partenopea il pomodoro, col suo rosso così acceso, ha conquistato sempre di più le tavole povere dei cittadini partenopei, per riciclare pezzi di carne. 

La carne alla pizzaiola è un piatto appassionato e appassionante, semplice da preparare ma che richiede una certa attenzione. Il sugo alla fine è utile anche per preparare degli spaghetti squisiti, che si possono gustare anche a letto con la propria dolce metà, una forchettata tu una forchettata io, portando sulla lingua quel sapore deciso dato dall’ingrediente che più del pomodoro caratterizza il piatto: l’aglio. Non tutti sanno che l’aglio ha proprietà benefiche per l’eros, è un afrodisiaco che funziona come un viagra capace di donare prestazioni che poi faranno facilmente perdonare l’ipotetico alito cattivo. E non è tutto: l’aglio è un ottimo alleato del sistema cardiovascolare, è un anticoagulante. E per non far svanire l’effetto dell’aglio è importante che in altri ambiti certe cose non diventino dure, come la carne alla pizzaiola, vero e proprio incubo per chi segue questa ricetta: il trucco è stare attenti ai fornelli girando spesso le fettine di carne, che vanno inserire in abbondante sugo di pomodoro come se fosse un lenzuolo vermiglio che avvolge la carne e promette piaceri senza tempo. Sul finale, impossibile non proporre una spolverata di origano, anch’esso dalle grandi qualità: è un eccitante della circolazione periferica e contiene numerosi sali minerali come calcio, ferro, magnesio, sodio, zinco, potassio. 

EROSticceria – Le palle? Meglio friggerle che raccontarle

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Palle_di_pasta_cresciutaPalle di neve, palle di Natale, palle di lana (che magari con l’adeguata maestria possono trasformarsi in un morbido e rassicurante scialle, sempre se il gatto di casa non si appropria dei gomitoli), palle come parte del corpo maschile, palle da baseball (ma di varia forma molti sport hanno… le palle), palle che spesso ci vengono raccontate. Dopotutto viviamo su un pianeta che è una palla (un po’ schiacciata, a detta degli esperti) che gira attorno a una palla infuocata. E che palle! Siamo circondati da queste sfere e dopotutto il cerchio è la forma che esprime pienezza e armonia, è il simbolo di qualcosa che racchiude senza soffocare ma con rasserenante e tenace sicurezza, studiato con grande passione da Pitagora e ritrovato nei volumi studiati tra i banchi di scuola. E a ben rifletterci il cerchio è simbolo d’amore, anche con una certa valenza erotica: sebbene il letto non sia di forma rotonda ma rettangolare, il cerchio indica qualcosa di racchiuso, di protetto, ricorda quasi un abbraccio tra due amanti e i sentimenti e i ricordi sono capaci di racchiudere grandi emozioni, come sferica è la pancia di una donna quando aspetta un bambino e quindi diventerà madre. 

Del suddetto elenco, sono le palle (o balle, se preferite altra consonante) che vengono raccontate ad essere davvero pericolose e irritanti. A ben pensarci, le bugie sono inutili perché hanno davvero le gambe corte e sono destinate ad essere smascherate, ma soprattutto sono dannose per chi le racconta, non solo per chi le riceve. Alcune fanno così male che nell’ingoiare verità che sembrano tali e che poi, magari per volontà del destino, si rivelano amarissime bugie spesso ci si avvelena anima e corpo. Per questo, è decisamente meglio ingoiare palle legate all’arte gastronomica e nella tradizione napoletana e italiana in generale c’è solo l’imbarazzo della scelta. Vi sono le palle di pasta cresciuta, ad esempio, che sono delle frittelle salate contraddistinte spesso dalla presenza delle alghe, ma anche gli arancini (quelli bianchi, perché quelli al pomodoro nei banchetti dello street-food partenopeo hanno il pizzo). Impossibile poi non riportare alla mente le polpette, spesso vere e proprie perle rosse nel pomodoro lasciato sul fuoco, ma anche nelle pasticcerie si trova qualcosa: la forma sferica è tra le più usate per i dolci e i cioccolatini e un pezzo di cacao da portare alle labbra può essere consolatorio dopo che una palla ci è arrivata all’orecchio e l’abbiamo riconosciuta come tale. 

Avere le palle è ben più, comunque, di avere una buona scorta di palle di pasta cresciuta pronte da friggere (che non fa mai male). Significa assumersi la responsabilità di un’azione, di una scelta, anche di un sentimento, di prendersi cura di una persona. Avere le palle significa saper affrontare con coraggio le situazioni, al tempo stesso non significa non avere paura perché essa è il fulcro stesso del coraggio. Allora con un bel sorriso e tra le dita una palla di pasta cresciuta ancora calda, meglio avere le palle di affrontare le difficoltà della vita e la brutalità delle persone, le scelte che possono cambiare l’esistenza, i dolori inevitabili e l’ineluttabilità di una solitudine che dà una sicura infelicità invece di una felicità insicura ma che può rivelarsi davvero la felicità tanto cercata. Mangiate le palle invece di raccontarle o se vi va… raccontate queste palle qui esposte, che sono decisamente buone. Se le palle fritte vi sembrano pesanti, sappiate che una non fa male, l’importante è non esagerare e dunque queste famose palle… non rompetele. 

EROSticceria – Storia e ricetta del babà, l’antico e spesso sensuale dolce napoletano

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7dff099a65b026895942a872c251a542_XLIl babà è dolce già nella parola, nel pronunciare un termine così semplice e dall’accento così piacevolmente frivolo. Le prime due lettere dell’alfabeto si cambiano di posto rispetto a come le conosciamo ed è la seconda ‘b’ nella pronuncia a fare la magia, spiccando come se ci fosse una lettera gemella un po’ timida, nascosta da qualche parte, magari in uno dei minuscoli fori dell’impasto del dolce pronti ad accogliere del succulento rhum. 

Difficile trovare nel grande mondo dei dolci qualcosa di veramente più sexy di un babà napoletano dalla forma a fungo, con la sua testa così gonfia e invitante, così come non esiste complimento più bello per un cittadino partenopeo di “tu si proprio nu’ babbà!” da tradurre in maniera semplicistica con “sei proprio un tesoro” e che, tuttavia, ha molteplici interpretazioni: l’espressione, infatti, indica una persona dal carattere dolce e disponibile e anche un individuo bravo nel fare qualcosa di difficile, ma può pure indicare un oggetto particolarmente bello. Nella sfera sessuale, poi, non è difficile fare paragoni con determinate parti del corpo maschile e scatenare desideri di momenti di dolcezza in un freddo pomeriggio invernale o in calde giornate d’estate perché si sa, ciò che si fa a letto e un buon babà vanno bene sia in inverno sia nella bella stagione. 

Il babà è un dolce tipico napoletano, caratterizzato da un impasto soffice che gode di ben tre lievitazioni nella ricetta originale e soprattutto dal profumo del rhum. È un prodotto figlio di un’amorevole pazienza e di una lunga tradizione ma non è nato all’ombra del Vesuvio. Il babà, secondo la storia più conosciuta, sarebbe nato in Polonia (dove ancora oggi c’è un dolce chiamato ‘baba’, senza l’accento caratteristico partenopeo) per volontà del re Stanislao Leszczinski, il quale fu detronizzato e costretto a lasciare il territorio polacco arrivando nelle isole portoghesi di Madeira. Proprio nelle acque del posto, secondo la leggenda, avrebbe bagnato una fetta di Gugelhupf, una torta austriaca a forma di ciambella ma dalla forma alta con uvetta, mandorle e brandy di ciliegie, metà panettone e metà brioche; il gesto fu l’inizio della storia del babà, dolce che in un primo momento aveva proprio l’uvetta nel composto e che nel tempo ha mostrato sempre più il suo tipico impasto leggero. Il nome verrebbe da Alì Babà, protagonista coi suoi quaranta ladroni di un racconto delle eroticissime ‘Le mille e una notte’, una scelta dettata da un piacere del suddetto re polacco poiché alla prima detronizzazione ebbe modo di avvicinarsi molto al popolo turco e alle sue tradizioni orientali. 

L’evoluzione del babà fino ai giorni nostri lo ha visto nei secoli precedenti molto gradito a forma di ciambella, al centro della quale veniva riposta marmellata di albicocca e frutta. La bagna di rhum è un’impronta venuta da molto lontano, esattamente dall’America, dopo la sua scoperta del 1492. In merito alla forma somigliante a un fungo, non si è d’accordo sulle ipotesi ma sembra appurato che questa era la forma iniziale e che si presentava così in Francia, dove re Stanislao Leszczinski arrivò per restare vicino alla figlia Maria che aveva sposato re Luigi XV e aveva portato con sé la ricetta del dolce. Furono i Borbone a portare il babà nel Regno delle Due Sicilie nell’Ottocento e si narra che la forma a fungo fosse particolarmente apprezzata e che non sempre si usasse la forchettina per mangiarlo dal piatto ma che si afferrasse dal collo del dolce e si portassero le labbra alla gonfia testa, caratterizzata spesso da un colore più scuro, imbrunito, dovuto alla cottura in forno. Iniziare proprio dalla testa è importante non solo per questo dolce ma anche nel corteggiamento, dopotutto. 

Oggi conosciamo il babà in varie forme, dimensioni e trasposizioni estetiche: non solo a forma di fungo o a ciambella con le caratteristiche scanalature ma anche rotondeggiante con crema pasticceria o panna al centro in un pertugio decisamente sexy e goloso, sulle quali viene disposta della frutta candita. Il babà oggi viene bagnato non solo nel rhum ma anche nel caffè e nel limoncello e ha molteplici trasposizioni per quanto riguarda le creme che lo accompagnano oltre alle versioni classiche, come al cioccolato, al pistacchio, alla ricotta. La crema può anche accostarsi al sexy babà a forma di fungo, basta creare un’apposita fessura che segue in maniera longitudinale il dolce e inserirvi delicatamente, come una carezza ma con decisione, la sac à poche da stringere con le mani per far uscire il composto desiderato. 

La ricetta del babà napoletano

Ingredienti per 20 babà o per un babà grande

  • 1 kg di farina
  • 80g di zucchero
  • 300g di burro
  • 50g di lievito di birra
  • 20g di sale
  • 15 uova intere

Per la bagna servono 1lt di acqua, 400g di zucchero, ½lt di rhum

Mescolare farina e lievito, aggiungere poi lo zucchero e il sale. Incorporare le uova precedentemente rotte e dopo aver mescolato in un piatto con la forchetta albume e tuorlo. Aggiungere il burro ammorbidito a tocchetti, l’impasto sarà pronto quando si staccherà dai bordi della ciotola dove sono stati incorporati gli ingredienti. Imburrare i piccoli stampi del babà o lo stampo più grande che è stato scelto, ogni stampo comunque deve essere riempito a metà con l’impasto, e lasciare lievitare per una mezz’oretta. Infornare a più di duecento gradi quindici minuti, abbassare poi il forno a 180° per un altro quarto d’ora. I babà saranno pronti quando saranno di colore dorati e alti, con la testa ben gonfia. Non vanno consumati subito ma devono riposare per almeno dodici ore. Per preparare la bagna, versare in un’ampia pentola dai bordi alti l’acqua che va fatta bollire dolcemente, non deve mai bollire. Aggiungere lo zucchero e farlo sciogliere mescolando dolcemente con una cucchiarella. Aggiungere il rhum e mescolare per qualche minuto. Immergere i babà nel composto ottenuto finché non si ammorbidiscono, toglierli dalla pentola e appoggiarli su una grata da dolci e lasciarli scolare un po’, per almeno dieci minuti. 

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