Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

Site menu:

Categorie

Cerca nel sito

Profili di Emilia

Archivio

Calendario

novembre: 2017
L M M G V S D
« giu    
 12345
6789101112
13141516171819
20212223242526
27282930  

Tag

Archivio della categoria 'CampaniaChe'

Struscio e zuppa di cozze, sacro e profano del giovedì santo napoletano

PUBBLICATO SU CAMPANIACHE

Piazza_San_DomenicoSecondo la religione cristiana, il giovedì che precede la domenica di Pasqua si celebra la Messa che ricorda l’Ultima Cena consumata da Gesù con i suoi apostoli prima della sua Passione, con il rito della lavanda dei piedi. A Napoli per il giovedì santo sacro e profano si intrecciano e oltre alla celebrazione religiosa c’è in serata la zuppa di cozze sulle tavole partenopee. 

‘Struscio’ è il termine con il quale si indica la passeggiata che i cittadini napoletani fanno nel tardi pomeriggio del giovedì santo per visitare i sepolcri, in altre parole le solenni esposizioni del Santissimo. Secondo tradizione, bisogna visitare sette chiese cittadine e inizialmente le basiliche erano quelle ubicate tra Via Toledo e Piazza Plebiscito, indicando l’iter della passeggiata che solitamente è tipica dello struscio. Il vocabolo indica il rumore delle scarpe che strusciano sull’asfalto durante la passeggiata e ha una sua storia: Ferinando I di Borbone per la Settimana Santa vietò la circolazione di carrozze e cavalli in Via Toledo affinché il popolo napoletano potesse camminare serenamente nell’occorrenza del giovedì santo e c’era così tanta folla che le persone erano costrette a camminare lentamente e molto vicine tra loro, strusciando le scarpe sull’asfalto e sfregandosi vicendevolmente i vestiti buoni messi per l’occasione. 

Ferdinando I di Borbone è presente anche nella storia che ha portato la zuppa di cozze napoletana sulle tavole della sera del giovedì santo, un piatto squisito dove il gusto piccante si unisce all’inconfondibile profumo di mare.

Si narra che Ferdinando I di Borbone fosse molto goloso di pesce e che mangiasse spesso le cozze, ma fu redarguito da un frate domenicano che lo invitò almeno per la Settimana Santa a non mangiare piatti sofisticati affinché non cadesse nei peccati di gola. Il re non voleva rinunciare alle cozze e chiese di cucinarle in modo semplice, così fu proposto questo piatto con salsa di pomodoro un po’ piccante che oggi conosciamo in una versione ricchissima, comprendente anche di polpo e freselle. 

Storia e ricetta del sartù di riso

PUBBLICATO SU CAMPANIACHE

Sartù_di_riso_4Pulcinella, la nota maschera napoletana, è spesso rappresentato mentre alza con la mano un goloso ciuffo di spaghetti per farli scivolare nella bocca aperta, nelle statuette dei negozi di souvenir poi si trova mentre regge un piatto con una gustosa pizza margherita ma non viene mai rappresentato intento a gustare il riso. Eppure, questo prodotto arrivò a Napoli dalle terre asiatiche, lì dove i Cinesi lo coltivavano a scopo alimentare già nel VI millennio a.C., ma col tempo non conquistò il popolo partenopeo che preferiva la pasta. Si inventarono numerose ricette legate al riso, ma a proporre la versione che davvero piacque al re durante il periodo borbonico e al popolo furono i Monzù, termine napoletano dal francese ‘Monsieur’ che indicava i cuochi professionisti, per lo più stranieri d’Oltralpe, i quali rappresentavano una cucina che era il punto di unione tra la cucina francese e quella partenopea. 

Alla luce del grande successo della pasta, i cuochi di alcuni secoli fa decisero di proporre il riso in maniera golosa, accompagnandolo con gli ingredienti con i quali di solito si condiva la pasta per arricchirla: furono aggiunti ragù, piselli, uova sode, polpettine e pezzi di carne e così nacque il sartù di riso. Il nome del piatto ha proprio origine francese, inizialmente era ‘sar-tout’, vale a dire ‘sopra-tutto’ e indicava secondo un’ipotesi la ricchezza di ingredienti al suo interno. 

Il sartù ebbe un grande successo ed è diventato un piatto tipico della cucina napoletana. Oggi oltre alla versione classica si prepara aggiungendo molti altri ingredienti, come il prosciutto cotto o i funghi, spesso si preferiscono le salsicce e sono immancabili fior di latte o provola. Nelle ricette di fine Settecento il riso viene prima tostato nel burro e dopo cotto nel brodo di pollo, una preparazione che è presente ancora oggi. Non tutti sanno che presenza essenziale della ricetta è il pangrattato che non permette al riso di attaccarsi al ruoto. 

Ingredienti

1lt di passata di pomodoro

3 salsicce

450 gr di riso

150 gr di parmigiano

3 uova sode

250gr di piselli

2 cipolle

1lt di brodo

250gr di provola

Sale e pepe

Olio extravergine di oliva

Pangrattato

Polpettine preparate con 200gr di carne tritata, 1 uovo, 30gr di parmigiano e un po’ di pane bagnato nell’acqua e strizzato 

Far soffriggere mezza cipolla e far rosolare le salsicce. Aggiungere la passata di pomodoro e cuocere a fuoco lento per un’ora e mezza. Nel frattempo, in una pentolina far bollire le uova, in un’altra padella far soffriggere mezza cipolla e aggiungere i piselli e preparare le polpettine mescolando insieme gli ingredienti e friggerle. Quando tutto sarà pronto, mettere da parte e far soffriggere una cipolla, aggiungere il riso per farlo tostare nell’olio, aggiungere il brodo bollente. Quando il brodo risulterà assorbito, aggiungere il sugo di pomodoro mettendo da parte le salsicce tagliate a dischi e lasciar cuocere sul fuoco per una decina di minuti, mescolando. Aggiungere metà del parmigiano.

La forma del ruoto è solitamente a ciambella o circolare, imburrare completamente lo stampo e cospargere con pangrattato. Spalmare un primo strato di riso, facendo attenzione a creare una sorta di tunnel al centro stendendo il riso ai bordi se usate uno stampo a forma di ciambella; importante è evitare di spostare il riso durante la preparazione, così da evitare di rovinare lo strato di pangrattato essenziale affinché il sartù non si attacchi alla parete del ruoto. Inserire gli ingredienti al centro e coprire con il restante riso, schiacciare con un mestolo dolcemente per compattare il tutto e cospargere la superficie con del pangrattato, il restante parmigiano e dei riccioli di burro. Infornare a 180° per 30 minuti. 

 

Cosa vedere durante una passeggiata per Spaccanapoli

PUBBLICATO SU CAMPANIACHE

IMG_7985Pronunciare la parola ‘Spaccanapoli’ non trascina con sé nessun sapore aspro, anzi: quel ‘spaccare’ non dà l’idea di qualcosa che rompe o divide qualcosa in maniera prepotente, è più una sorta di carezza affettuosa che il popolo partenopeo ha voluto regalare a quella che è una delle strade più importanti della città. Spaccanapoli è la denominazione volgare del Decumano Inferiore, usata per indicare una via che vista dall’alto sembra spaccare nettamente in due (nord e sud) Napoli con la sua perfetta linearità. Il Decumano Inferiore (in origine sorgeva da Piazza San Domenico Maggiore e proseguiva fino a Via Duomo, poi in epoca romana inglobò anche Piazza del Gesù), assieme al Decumano Maggiore e al Decumano Superiore, era una delle tre strade principali dell'impianto urbanistico dell’antica Neapolis, progettato in epoca greca. 

Piazza del Gesù, chiamata così in onore dell'omonima chiesa che si affaccia nello spiazzo, presenta il maestoso obelisco dell'Immacolata, eretto nel Seicento nella sua bellezza barocca in marmo bianco e bardiglio. Ogni 8 dicembre l'Arcivescovo di Napoli incontra i fedeli riunitesi in piazza e a fine messa viene dato un nuovo omaggio floreale alla Madonna posta alla punta della guglia. 

La Chiesa del Gesù Nuovo è ugualmente barocca, meravigliosa al suo interno dove è custodito il corpo di san Giuseppe Moscati, canonizzato da papa Giovanni Paolo II nel 1987, meta di numerosi fedeli ogni giorno che accorrono per stringere la mano della statua alla sinistra del corpo. È chiamata così perché alla sua consacrazione, che avvenne nel Seicento, il popolo volle distinguere la nuova chiesa dei gesuiti dall'altra già esistente, divenuta per l'occasione "del Gesù Vecchio". Sulla facciata della chiesa è affissa la targa UNESCO con incisa la motivazione per la quale il Centro storico di Napoli è divenuto patrimonio dell'umanità. 

A pochi passi si trova la Chiesa di Santa Chiesa, piena di storia e di vicissitudini da raccontare, in particolare un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale. Alle spalle si trova un bellissimo chiostro e sul davanti c’è il maestoso campanile che presenta su una delle facciate un’iscrizione gotica angioina, mentre nella più grande basilica gotica della città, nella quale lavorarono alcuni dei più importanti artisti dell'epoca quali Tino di Camaino e Giotto, ci sono venti cappelle laterali, compresa quella dove c'è la tomba di Salvo D'Acquisto, il vice brigadiere dell'Arma dei Carabinieri insignito di Medaglia d'oro al valor militare alla memoria per essersi sacrificato con lo scopo di salvare un gruppo di persone dalla brutalità delle truppe naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. L’allungamento del Decumano Inferiore in epoca romana è testimoniato dai resti delle terme romane ritrovate proprio sotto il chiostro della basilica di Santa Chiara. 

La Chiesa di Santa Chiara segna l’inizio, all’incrocio con Via San Sebastiano dove è presente la Chiesa di Santa Marta, di Via Benedetto Croce. È una strada piena di storia, di antichi palazzi monumentali come Palazzo Venezia, che presenta al primo piano un giardino pensile con la casina pompeiana, e Palazzo Filomarino, residenza del filosofo Benedetto Croce fino alla sua morte nel 1952. Negozi di vario genere, pasticcerie, caffetterie e pizzerie con sale interne o da asporto si rincorrono per tutta la strada, fino a Piazza San Domenico. Qui c’è un altro obelisco, voluto nel Seicento dal popolo napoletano come ex-voto a San Domenico per scongiurare la pestilenza di quel periodo, e c'è la Chiesa di San Domenico Maggiore, costruita nel Trecento per volere di re Carlo II d'Angiò. La Chiesa è ricca di opere d'arte scultoree e pittoriche, presenta una pianta a croce latina suddivisa in tre navate e da evidenziare è la Sala del Tesoro, un ambiente che esone paramenti e oggetti sacri e di appartenenza regale di grande valore e preziosi abiti che testimoniano la moda dei nobili napoletani nel Quattrocento/Cinquecento. 

Bisogna superare Piazzetta Nilo, dove è presente nella sua vermiglia maestosità la chiesa di Sant'Angelo a Nilo, per ammirare la Statua del dio Nilo: il monumento, che presenta una testa di sfinge che è stata restaurata e ricollocata di recente dopo che fu trafugata, fu innalzato dai numerosi mercanti egiziani che si stabilirono proprio in quella zona. Il monumento si presentava senza testa e la presenza dei putti, che sembrano cercare latte da un seno della statua, ingannò molte persone che credevano che la figura fosse una donna. 

Via San Biagio dei Librai presenta lungo tutto il percorso vari palazzi e chiese, oltre ai negozi e alle pizzerie. La Chiesa di San Nicola a Nilo è rialzata rispetto alla strada e presenta all'ingresso due scale laterali che si concludono con uno spazio circolare contraddistinto da un cancello. Il Monte di Pietà è un antico palazzo che presenta un'omonima cappella: la sua volta fu affrescata dal pittore greco Belisario Corenzio, a destra vi è una tela di Ippolito Borghese, a sinistra una tela iniziata da Girolamo Imparato e compiuta da Fabrizio Santafede e al centro, dietro all'altare maggiore, la Deposizione del Santafede. 

A metà percorso di Via San Biagio dei Librai c’è l’ingresso dal Decumano Inferiore per Via San Gregorio Armeno, la famosa via degli artigiani del presepe, con la vicina Chiesa di San Gennaro all’Olmo. Poco prima della fine della strada si trova Piazzetta del Divino Amore, un piccolo slargo sul quale affaccia la chiesa di Santa Maria del Divino Amore, dove sono state trovate tele dipinte da Francesco De Mura. All’incrocio con Via Duomo, di fronte al quartiere di Forcella, si lascia alle spalle Spaccanapoli, con la consapevolezza di avere per sempre nel cuore tutto il suo fascino e la sua storia. 

 

Storia e ricetta degli gnocchi alla sorrentina

PUBBLICATO SU CAMPANIACHE

Gnocchi_alla_sorrentina_2Un piatto di gnocchi è una delle immagini gastronomiche che più racchiudono un’idea di golosa ricchezza. Gli gnocchi potremmo definirli delle “palline” di impasto da cuocere in acqua bollente e da accompagnare con vari condimenti, dal classico sugo al pomodoro alla versione con aglio e olio passando per il niveo abbraccio dei formaggi, sono molto semplici da preparare in casa e sono conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, la loro storia inizia nel XVI secolo, in altre parole quando furono importate le patate dall’America. Per l’esattezza, esistevano già delle praline della dimensione di circa un paio di centimetri con un impasto a base di pane che hanno ispirato l’impasto con le patate che ha subito conquistate le tavole del popolo italiano. Oggi ci sono molte varianti per l’impasto degli gnocchi, tipo con la farina di mais, di frumento, di semola e spesso si uniscono anche altri ingredienti come la zucca o gli spinaci, ma i classici gnocchi di patate sono un piatto presente nelle tradizioni gastronomiche di ogni regione della Penisola Italiana. 

Etimologicamente, il termine ‘gnocco’ deriverebbe da ‘nocciolo’ per indicare la loro forma. Un vero e proprio viaggio culturale è quello che si fa, tuttavia, andando a indagare le motivazioni dei vari termini coi quali si indicano gli gnocchi. Presso la corte degli Sforza erano conosciuti come ‘zanzarelli’ o ed erano il piatto tipico dei banchetti di nozze e dei grandi festeggiamenti per le vittorie militari, presentando all’interno dell’impasto anche le mandorle tritate e il latte ed erano accompagnati dal cacio, mentre la versione ancora più ricca prevedeva l’uso nell’impasto degli spinaci. Il brodo di pollo nel quale venivano cotti doveva essere palesemente di colore dorato e simboleggiava la ricchezza della corte. Esistevano a Roma invece i ‘malfatti’, chiamati così perché si preparavano senza badare troppo alla forma della pasta quando veniva tagliata dall’impasto principale, e presentavano le uova e la farina nell’impasto. Proprio dalla Capitale italiana arrivò l’abitudine conosciuta come “giovedì gnocchi, venerdì pesce, sabato trippa”, poiché erano preparati proprio quel giorno della settimana, mentre nelle regioni del Sud Italia si portavano a tavola di domenica. 

Gli gnocchi alla sorrentina sono un piatto tipico napoletano. Gli gnocchi sono fatti con patate, farina e acqua, conditi poi con ragù, mozzarella filante e basilico fresco. Una volta terminata la cottura in acqua calda, vengono infornati nel pignatiello, un piccolo tegame di coccio, e serviti caldi. In Campania gli gnocchi hanno una lunga storia alle spalle, fatta anche di un nome particolare: erano chiamati ‘strangulaprievete’. Esistono due spiegazioni sul perché di questo nome, uno è il suggestivo aneddoto che ha per protagonista l’economista del XVIII secolo Ferdinando Galiani, detto l’abate Galiani, conosciuto per essere molto ghiotto di questo piatto e un giorno stava rischiando di strozzarsi proprio con un boccone di gnocchi. In realtà, questo nome ha radici nella lingua greca: ‘strangulaprievete’ è l’unione dei termini stroggulos e preptos che insieme indicano un corpo rotondo che è stato incavato con le dita. Non a caso da stroggulos, che indica appunto la sfericità, deriva anche il nome degli struffoli. 

Ingredienti per gli gnocchi

1kg di patate 

350gr di farina 00

1 uovo

sale

Ingredienti per il sugo e il condimento

1 spicchio d’aglio

750gr di passata di pomodoro

Olio EVO

Basilico

250gr di mozzarella

100gr di parmigiano grattugiato

Portare a bollore l’acqua in una pentola dai bordi alti, lessare le patate con la buccia. In un tegame far rosolare l’aglio in un filo d’olio, togliere l’aglio e versare la passata di pomodoro aggiustando di sale. Quando il sugo è pronto e si è addensato, aggiungere qualche foglia di basilico e nel frattempo tagliare a cubetti la mozzarella, tenendola da parte. Sbucciare le patate, schiacciarle con uno schiacciapatate e unirle alla farina e all’uovo con un pizzico di sale, impastando con decisione ma senza lavorare l’impasto per troppo tempo. Appena l’impasto è pronto, dividerlo in serpentelli e tagliare gli gnocchi, aiutandosi con le dita per la forma premendo con il pollice o con una forchetta. In una pentola dai bordi alti portare a bollore l’acqua da salare leggermente e calare una porzione di gnocchi alla volta, da scolare non appena tornano in superficie. Nei pignatielli (ogni tegame per ogni persona, altrimenti in una pirofila unica) mettere un po’ di sugo, versare nel tegame un primo strato di gnocchi con una manciata di mozzarella, ricoprire con altri gnocchi, sugo, mozzarella e parmigiano. Cuocere in forno per cinque minuti a 220°, servire poi non troppo caldi. 

Instagram