Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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La storia di Babette, il pub che propone duecentonovantasei birre

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296. Duecentonovantasei. In numero o in lettere, è una quantità considerevole anche solo da pronunciare. Chissà quanto spazio prenderebbero duecentonovantasei birre, in fila per otto occuperebbero una grandissima stanza. Sì, avete capito bene: duecentonovantasei birre differenti, è questo il numero che raggiunge Babette, il noto pub di Fuorigrotta che dal 2003 ha aperto a due passi anche uno store ed è il vincitore del premio ‘Mangiaebevi 2017’ come miglior birreria. 

Ugo Torre ha gli occhi pieni di passione, una luce palese che accarezza i sensi, quando parla del suo Babette e ne racconta la storia, particolare già nel nome che è ispirato al suo amore per il cinema, nello specifico al film ‘Il pranzo di Babette’. Negli anni Settanta il giovane Ugo era banconista ed era solito frequentare un pub di Fuorigrotta noto per un’ampia offerta di birre: assaggiava, sperimentava, imparava con la schiuma della birra sulle labbra. Si è specializzato sul mondo del bere e sui prodotti provenienti da ogni parte del mondo, conoscendo e apprezzando sempre più la birra artigianale, specialmente a produzione locale, scoprendo tanti birrifici e realtà in Campania. La vita presenta tante sorprese e Ugo nel 1986 prese in gestione proprio quel pub fino al 1992, vale a dire quando “con esperienza e passione e la giusta incoscienza”, come ama affermare lui stesso, inaugurò Babette. 

Il progetto si ampliò nel 1997 e oggi, nel secondo decennio degli anni Duemila, numerosi clienti affollano i suoi spazi e la sera amano sperimentare, chiedere informazioni in merito all’ampio elenco di prodotti da bere, accompagnando così le tante bontà che è possibile mangiare lì. Da evidenziare è la pita greca, con carne sempre di qualità e prodotti tipici campani come ad esempio i friarielli, contraddistinta babette5-740x444dalle salse preparate rigorosamente dalla cucina come la maionese al pomodoro e la ‘salsa pizzicosa’, quest’ultima al sapore di peperonata piccante calabrese stemperata con la maionese. Tanti i fritti a disposizione e gli sfizi, poi i crostoni e i meravigliosi taglieri con patatine e salsiccia, che all’arrivo a tavola lasciano senza fiato. E dopo aver ordinato, nell’attesa di poter mangiare e bere è possibile giocare anche a ‘nomi, cose e città’ grazie alla particolare tovaglietta di carta presente sul tavolo. 

Ritornando alle duecentonovantasei birre provenienti da ogni parte del mondo, hanno la buona compagnia delle grappe che sono più di cento, come più di un centinaio sono i whisky e le bottiglie di rhum. Ed è tutto frutto di cultura e amore, non per volontà di primeggiare ma per offrire ai clienti solo il meglio e consentendo una scelta quanto più grande possibile, con la qualità che deve essere a portata di tutti. Non mancano poi i vini rossi, due campani e due francesi, i vini bianchi e la sangria autoprodotta. Le bottiglie sono in buona parte in esposizione nelle sale del pub, a cornice dei tavoli dove è possibile vivere una esperienza tra bere e mangiare davvero indimenticabile, sotto lo sguardo dolce e attento della mascotte, un tenero orsacchiotto con la maglietta di Babette. 

Nuova degustazione da Babette con tre birre artigianali campane del Birrificio VentiTRÈ

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Le degustazioni sono momenti davvero belli da vivere. Estimatori di un determinato piatto o di un locale ed esperti del settore si incrociano e si confrontano in un evento, scoprendo nuovi sapori o ritrovando quel gusto Babette_01tanto amato. Il clima di allegra convivialità è caratterizzato dalla possibilità di conoscere nuove cose, realtà con la loro storia e le loro tradizioni, qualità fino a quel momento sconosciute. E nella serata di martedì 14 novembre 2017 è accaduto proprio tutto questo grazie al ritorno delle serate di degustazione organizzate presso Babette, a Fuorigrotta. 

L’evento è stato contraddistinto dalla tripla proposta di birre artigianali campane firmate dal Birrificio VentiTRÈ, ognuna delle quali ha accompagnato un piatto. Il Birrificio VentiTRÈ è una realtà di Grottaminarda, in provincia di Avellino, con un ciclo produttivo che utilizza fonti energetiche naturali e rinnovabili grazie a un impianto fotovoltaico, all’uso del metano e al recupero delle trebbie, vale a dire il residuo dell’estrazione a caldo del cereale maltato, valorizzate come concime e come alimento per il bestiame. Il nome del Birrificio è legato alla sua nascita, il 23 luglio: un simpatico IMG_2467omaggio anche al civico della laboratorio di produzione e al numero dei litri del volume della prima cotta, come hanno ricordato i proprietari Jenni e Guido durante la serata che ha visto la conduzione di Alfio Ferlito, ideatore di beerpassion.it, impegnato a girare tra i vari tavoli per raccogliere le opinioni dei numerosi partecipanti. 

La degustazione si è aperta con un piatto davvero sfizioso esteticamente e al palato e con una birra dal colore chiaro. Gli anelli fritti di pollo e bacon erano incorniciati da patatine fritte tagliate in cucina dalla forma adatta per catturare le due salse da accompagnamento: la prima, bianca, è la salsa ranch che ha tra gli ingredienti aglio, maionese, senape e spezie, la seconda è invece la ‘salsa pizzicosa’ con peperonata piccante calabrese stemperata con la maionese. Ad accompagnare gli anelli fritti c’era ESPERIA, una birra con un grado alcolico non alto (4,5%) dal sapore leggero e al tempo stesso decisamente inconfondibile grazie alla sua anima leggermente speziata con un poco di pepe rosa e arancia amara e il tutto è risultato un ottimo abbinamento. 
Secondo step gustosissimo: è arrivata a tavola in tutto il suo splendore la Babette Pita, un pane tondo e piatto tipico della Grecia presentato piegato a semicerchio con all’interno in questo caso polpettine fritte, provola di Agerola e friarielli. Ad accompagnare questo ricco piatto c’era la birra AMBROSIA, caratterizzata da un alto contenuto alcolico (10%) e dal miele di castagno del territorio avellinese: un sapore decisamente forte, che arriva dritto al palato, una birra scura ottima da gustare anche come semplice bicchiere a far cornice a una serata solitaria o a una chiacchierata tra amici. 
A chiudere la serata un ottimo tiramisù con il corvino colore e l’abbondante schiuma della birra URANIA, scura proprio come il cielo al quale il nome si ispira. Con un grado alcolico medio (6%), questa è una birra da apprezzare a piccoli sorsi e con un sentore di caffè, cioccolato fondente e liquirizia. Il sentore vanigliato accentua i gusti dolci e smorza l’amaro. Un finale zuccheroso a degna chiusura di una serata davvero interessante, fatta di scoperte e confronto, con il ricordo della schiuma di tre ottime birre artigianali campane ancora sulle labbra. 

Caffè Mexico di Via Scarlatti: la migliore caffetteria del 2017 in Campania

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Le fronde degli alberi seguono la volontà del vento: è una azione necessaria secondo determinate leggi fisiche, ma basta un pensiero romantico per immaginare mani invisibili che offrono carezze alle foglie. In un autunno fatto a Napoli per lo più di cielo terso e sole, il vento attraversa dolcemente i rami degli alberi e al Vomero ogni arbusto sembra parte di una grande orchestra. E proprio a Via Scarlatti è il vento a trasportare il gradevole odore del caffè, un aroma che risveglia i sensi e meravigliosamente sfruculia il desiderio di felicità. Seguendo il profumo del caffè si fa più chiaro il continuo tintinnio delle tazzine e si arriva al Caffè Mexico. 

Al Caffè Mexico di Via Scarlatti si beve un buonissimo caffè, un’affermazione che non è solo dimostrata IMG_2156verità ma che è stata confermata dall’assegnazione del Premio MangiaeBevi 2017come Miglior Caffetteria. Un riconoscimento che ha tanto emozionato il titolare Maurizio Capodanno al momento della cerimonia e che si estendono a tutto uno staff che ogni giorno si impegna per offrire qualità ai tantissimi clienti. Perché una buona tazzina di caffè è il frutto di un atto d’amore e c’è tutto un viaggio prima di farla arrivare IMG_2158alle labbra del cliente. 

Tutto comincia dalla materia prima. Il caffè proveniente da Etiopia, Brasile, Colombia e non solo, arriva allo stabilimento S. Passalacqua, una realtà che ha quasi settanta anni di storia dalla storica immagine del piccolo indiano che si lecca i baffi. Una miscela arabica 100% dalla lenta torrefazione e Maurizio Capodanno nel parlare del suo caffè si dichiara orgoglioso di questo rapporto con lo stabilimento. Importante è poi la manutenzione dei macchinari e al Caffè Mexico di Via Scarlatti le macine macinacaffè vengono cambiate di continuo, così come c’è un’attenzione impeccabile nella pulizia e una cura anche nel rivolgersi direttamente al cliente, dimostrando sempre cortesia e venendo incontro alle sue esigenze. 

Il caffè viene sempre servito zuccherato, basta chiedere al barista per averlo amaro. Immancabile è il bicchiere di acqua che accompagna la tazzina, che viene rigorosamente offerto gratuitamente al cliente. Non ce ne rendiamo conto, ma quel bicchiere d’acqua con quel liquido trasparente all’interno, proposto ‘per sciacquarsi la bocca’ e permetterci di assaporare meglio il caffè apprezzandone le qualità, ha un suo costo, ma anche al Caffè Mexico di Via Scarlatti secondo tradizione il bicchiere d’acqua accanto al caffè è una presenza immancabile. E spesso coi clienti fissi il barista sa se deve servire acqua naturale o gasata, a seconda dei gusti. 

Il grande amore e l’immane competenza per il caffè è testimoniata anche dalla qualità delle tazzine, sia quella classica in ceramica sia il cosiddetto ‘vuoto a perdere’, vale a dire quella tazzina che non deve essere restituita ma può essere gettata e che in questo caso è fatta in modo tale da conservare il calore del caffè, semplice nell’estetica ma con le giuste caratteristiche tra spessore e altezza tali da garantire un sapore che resterà a lungo sulle labbra e nel cuore. 

Il caffè a Napoli tra storia, leggenda e tanto amore

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Pigliammoce ‘o cafè. Un invito, anzi, una dichiarazione d’amore che già solo alla pronuncia accarezza il cuore. Arriva poi l’aroma del caffè, squisitamente inconfondibile, a penetrare nelle narici e ad arrivare fin IMG_9923-Copia-740x444dentro la carne per santificare il momento. Un caffè, appunto. Un caffè da condividere con un amico, la persona amata, un parente. E prepararlo per farlo assaggiare a qualcuno è di per sé un gesto ricco di sentimenti. C’è poi il caffè che consolida i rapporti e le decisioni durante un incontro di lavoro, che rende piacevole un momento di pausa e soprattutto c’è quello della mattina, quando al risveglio la luce entra nella pelle e le labbra bramano il primo caffè per iniziare bene la giornata. Una tazzina fumante può sembrare cornice di determinati momenti invece è lei stessa parte di un quadro e Napoli da secoli è la tela perfetta dove si dipingono storia e tradizione del caffè.

Alla nascita della nostra sezione intitolata ‘DrinkInCampania’ abbiamo subito pensato che il caffè meritasse un posto speciale. Tutto è partito non solo dal notare che si usa l’espressione ‘bere un caffè’ e che in quanto bevanda il caffè avesse diritto a rientrare nel grande universo delle cose da bere che vogliamo descrivere in questo nostro spazio, ma tutto è partito soprattutto da un verità indiscutibile: il caffè in Campania e specialmente a Napoli ha una sua lunga tradizione.

Non si sa con certezza come il caffè sia arrivato nel territorio partenopeo e sono molte le leggende tramandate, una delle quali lega questa bevanda ad una storia d’amore. Nel Seicento un musicologo romano si innamorò in IMG_2137Terra Santa di una donna e lì si stabilì, nelle lettere che scriveva a un caro amico napoletano descriveva le sue giornate e le tradizioni di quel territorio e parlava di una bevanda chiamata ‘kavhe’, servita a fine pasto in grandi tazze che venivano continuamente svuotate e riempite: il musicologo, secondo la leggenda, arrivò a Napoli per salutare il suo amico e in quell’occasione portò nella città partenopea il caffè, che ben presto si diffuse all’ombra del Vesuvio. Allontanandoci dalle leggende e restando in un ambito strettamente storico, si afferma che il caffè si è diffuso nel Mediterraneo tra il XVI e il XVII secolo grazie agli scambi commerciali via nave.

Si sa con certezza invece cosa è il caffè a Napoli: un rito. A differenza della credenza ritenuta a lungo valida secondo la quale la bontà della bevanda è legata alla qualità dell’acqua partenopea, il vero ‘segreto’ sulla bontà del caffè è uno solo, il più semplice e meraviglioso di tutti: l’amore. L’amore che si esprime nella tecnica, nel servirlo a una persona o nel concederlo dolcemente a se stessi, nella manutenzione della caffettiera e poi nel rapportarsi agli altri, nella felicità di bere assieme ‘na tazzulella ‘e cafè che è di per sé tutto un mondo da scoprire sorso dopo sorso. 

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