Emilia Sensale

Poetessa e Scrittrice, Artista, Giornalista, nata a Napoli il 12 marzo 1989, vive a Napoli dove studia all'Università 'L'Orientale' dopo essersi diplomata al Liceo Classico 'Vittorio Emanuele II'. Vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali, amante della fotografia, della pittura e dell'arte del ricamo e dell'uncinetto, attualmente collaboratore per il quotidiano ROMA e impegnata in Uffici Stampa e in Social Media Marketing, è anche giornalista enogastronomica e scrive per 'I Templari del Gusto', 'SaporiCondivisi', 'CampaniaChe' e 'Campania Food Porn', scrive poi per la versione cartacea e per la versione online di 'CasoriaDue' e su 'Gazzetta di Napoli'.

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Ho parlato ancora di quello che è accaduto quella sera. E ti perdono

Sono uscita dalla metro, fermata Piazza Vanvitelli. Un'aria fredda e sottile accarezzava il cielo che danzava in azzurro e grigio, il Vomero era pieno di gente, il pomeriggio di fine novembre già mordeva la notte. Ho preferito camminare a lungo, senza prendere la scorciatoia delle scale mobili, per raggiungere la V Municipalità: avevo bisogno di riflettere, di raggruppare i pensieri. Per tutta la giornata ho avuto quello sguardo davanti agli occhi, pensarci in merito alla Giornata contro la violenza sulle donne mi ha portato in alto il ricordo e mi ha tolto il sonno già nella notte. 
Sono intervenuta alla conferenza organizzata in Via Morghen in merito proprio
10384600_10205393143968368_5070499602480185315_nalla violenza, dal titolo "Non esiste l'amore che uccide", e ho portato la mia esperienza e il mio ricordo. Come sempre, non ho avuto bisogno di preparare un discorso, ho lasciato il mio cuor a fior di labbra mentre alitavo sul microfono. Lì ho incontrato donne straordinarie, spesso impegnate in iniziative come questa, alcune con la mia stessa passione per la parola scritta in racconto e in poesia, con le quali ho condiviso un pomeriggio di commozione e speranza. È stato bello a fine discorso trovare mani che si stringono spontaneamente, sguardi che si cercano con le lacrime incastrate fra le ciglia per la commozione, tra donne che in modo diverso hanno sofferto. 
Era buio, sono arrivata in strada a fine incontro e ho pensato ai complimenti ricevuti, ai bellissimi sorrisi che sono felice di aver visto e di aver donato. Ho pensato che mi hanno detto che dopotutto sono stata e sono forte e non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le cicatrici che ho ancora nel profondo del cuore per la violenza subita quella fredda sera di gennaio. I suoi occhi scuri che mi guardavano furenti mentre le sue mani cercavano angoli intimissimi del mio corpo. Le sue mani sul mio collo, mi tirava i capelli e mi costringeva a leccargli alcuni punti del viso, il modo bestiale in cui si eccitava per questo. Il viso già dolorante per gli schiaffi, l'occhio pieno di sangue. La minaccia, le parole brutali. "Tu non sei nessuno, Emilia, tu non sei niente. Mi senti? Mi senti Emilia? Tu devi stare insieme a me, ho deciso così e non te ne vai da qua finché non lo capisci. Ti ho desiderato dal primo momento che ti ho conosciuto e sarai mia e solo con me sarai qualcuno. Che imbecille il tuo ex, perdere una ragazza come te, ma sarò io a penetrarti, io ad averti tutta. Mi senti? Che c'è, ti faccio male? Vuoi vedere come ti faccio male davvero?". La sua mano fra le gambe. Avevo anche il ciclo. Ero vergine e combattevo pur sentendo dolore nell'anima e nella mia intimità e se oggi lo sono ancora lo devo alla mia caparbietà animalesca, non al mio implorarlo poiché era sordo alle mie lacrime. Quattro ore di inferno. Per giorni non riuscivo a muovere il viso per sorridere non solo per la sofferenza ma proprio perché mi faceva male la faccia. La denuncia la portavo avanti con coraggio da sola fino alla condanna (e sono una privilegiata ad esserci arrivata, a quanto pare), combattevo contro gli incubi, i problemi psicofisici che mi riportavo, da allora soffro di insonnia. 
Chissà perché ci ho pensato durante la giornata e mentre andavo verso Piazza Vanvitelli per tornare a casa, ma ciò che mi sorprendeva era una nuova consapevolezza nel pensare a quanto accadutomi. Dopo anni quel suo sguardo ancora è chiaro nella mia mente, ma non mi graffia più il cuore come prima. E allora ho capito: sono viva, dopotutto, posso amare, essere amata, studiare, lavorare, rendere realtà i miei sogni, scrivere, leggere, posso invitare altre donne in difficoltà a denunciare. Non mi ha distrutto del tutto, il mio respiro è ancora pieno di speranza nei miei ventisei anni. Il senso di smarrimento delle settimane successive è solo un ricordo che fa da cornice al quadro del mio coraggio… e resta solo una cosa da fare. 
Ti perdono, Paolo. Finalmente. Perdonarti è l'atto più grande da fare per sentirmi libera. Qualunque cosa ti sia passata per la testa quella sera, non voglio darti più il diritto di farmi sentire inutile, vergognosa e sporca, così come mi impegnerò affinché nessuno abbia più questo diritto su di me. Sono cresciuta tanto da quella sera e se Dio vorrà che i nostri destini possano ritrovarsi nel medesimo evento, come è capitato in passato, io sarò me stessa, senza brutte sensazioni, forte e orgogliosa. Col sorriso, perché ora posso sorridere, della donna che tu hai provato a distruggere ma che ha ancora la capacità e la voglia di combattere per i propri sogni.

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